Qualche giorno fa (o forse qualche settimana fa, su queste cose ho una concezione del tempo leggermente etilista), mi arriva un messaggio che suona più o meno così:

L’ultima volta che hai scritto qualcosa per Paper Project i cinepanettoni facevano ridere. E’ arrivato il momento di muoverti.

Fatta eccezione per il fatto che i cinepanettoni non hanno mai fatto ridere (ma questo non lo faccio notare, non gioca a mio favore), noto che in effetti l’ultimo articolo risale alla guerra del 15-18. Il problema grosso semmai è che mi son trovato in mezzo a due fuochi: il pezzo sul Natale ed il pezzo di fine anno. Due cose che nell’indice di gradimento personale arrivano dopo “stare su Twitter durante MasterChef” e appena prima di “stare su Twitter durante una partita di calcio”. Dovendo scegliere di che morte morire, ho scelto quella che sarebbe arrivata dopo.

Onestamente dubito che qualsiasi appassionato di basket possa definire il 2013 noioso. Indipendentemente dal tipo di appassionato di cui stiamo parlando. Ha offerto spunti per chiunque: per il ragazzino che gira con la canotta di LeBron e pensa che il campionato italiano sia una brutta malattia, per il quarantenne che non sopporta il circo mediatico della NBA e preferisce la “purezza” europea, per chi si trova in mezzo a due visioni e semplicemente trova motivi per apprezzare entrambi i mondi senza necessariamente dover fare il talebano.

Abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che su un campo da basket Siena non è (era) battibile. Non è bastato un budget sensibilmente ridotto ed inferiore rispetto ad almeno una avversaria, non è bastato un quinto posto alla fine della stagione regolare per fermarli. Non sono bastati perché dove non potevano più arrivare con i soldi sono arrivati ancora una volta con organizzazione, guida tecnica, coglioni. Abbiamo visto però che, alla lunga, Siena è stata sconfitta: dagli scandali, da fattori che nulla hanno a che vedere col basket. Abbiamo visto Milano fare quello che qualsiasi altra squadra, al posto suo, avrebbe fatto, saccheggiare la Montepaschi dei suoi pezzi migliori: Banchi, Kangur, Moss, e ora Hackett.

Magari il 2014 ci metterà davanti al fatto che in Italia non ci sono più avversari credibili per quella che, fino a qualche mese fa, non è stata altro che l’eterna sconfitta. Quello che spero è che, nel caso diventi così, sia perché diventi anche la squadra che esprime il gioco migliore, non soltanto quella che spende di più.

Abbiamo visto la disperazione di Tim Duncan nel momento in cui si è reso conto di aver perso la possibilità di vincere il suo titolo più bello, per un errore di una banalità sconcertante. E’ stato terrificante vederlo in diretta alle cinque di mattina, dopo quindici anni in cui la massima concessione ai sentimenti è stato qualche sorriso sparso ogni tanto. Allo stesso modo, però, abbiamo assistito all’ennesimo dominio controllato di LeBron James. Che, a quanto pare, per un grandissimo numero di esperti dei massimi sistemi rimane sempre un gradino sotto i più grandi, per vari motivi che vanno dal numero di titoli vinti al colore delle tende del salotto. Può esser vero, può non esserlo, o possono essere seghe mentali destinate a passare in secondo piano nel momento in cui si ha la possibilità di ammirare quello che ormai (da un paio d’anni) è diventato un campione, sotto ogni punto di vista. E francamente chi se ne frega se si piazza sul podio, nei primi dieci, negli ultimi trenta di giocatori all-time. E a me neppure è mai stato simpatico, a dirla tutta.

Abbiamo assistito alla rinascita per metà della Nazionale. La parte buona, quantomeno. Quella dove risiedono due cose che nel basket, come nella vita in generale, possono tornare sempre utili: il cuore ed i coglioni. L’ottavo posto agli Europei non può essere soddisfacente perché si tratta del primo degli esclusi e perché accontentarsi di un ottavo posto significa rimanere perdenti a vita. Eppure, con una delle squadre più squilibrate e corte mai viste con quella casacca (i primi quattro realizzatori, Datome-Belinelli-Aradori-Gentile racchiusi in due ruoli, Melli e Cusin unici lunghi), siamo (anzi, sono, siamo troppo bravi ad usare la terza persona quando fanno brutte figure e la seconda quando ne escono bene, è esclusivamente merito loro, non nostro), riusciti a dare ottimismo a questa squadra. C’è chi rimane concentrato sul bicchiere mezzo vuoto, e francamente qualche motivo può averlo, ma io continuo a pensare che una squadra che come unico centro poteva schierare il pur commovente Cuso l’unico errore che ha commesso è stato quello di illuderci, battendo Grecia, Turchia e pure la Spagna. Qualcuno (non tra i giocatori, tra i tifosi), si è montato la testa. Ora sarebbe bello montarcela per davvero con l’aggiunta dei Gallinari, dei Bargnani, degli Hackett o dei Polonara.

Abbiamo visto una serie di infortuni nella NBA tra l’agghiacciante ed il sospetto. Soprattutto sospetto. Abbiamo visto infortunarsi Kobe, Rose e Westbrook. Li abbiamo visti tornare, li abbiamo visti rompersi di nuovo. Derrick Rose meriterebbe un capitolo a parte, cosa che non farò, perché la parte romantica del nostro cervello trova sempre motivazioni valide per pensare che sia possibile rivedere il giocatore fantastico che fu MVP, ma la parte logica fa sempre più fatica.

Per un italiano che viene ricoperto di fischi dalla sua ex-squadra e fatica a farsi rispettare in quella nuova, per uno che ancora non abbiamo visto rientrare e sembra pure che non lo farà a breve, per un terzo che al suo esordio in una squadra con pochissimo senso logico fatica a mettersi in mostra, ne abbiamo almeno uno che ormai ha raggiunto l’apice della propria carriera nella squadra che, più di tutte, rappresenta la parte buona della NBA, quella organizzata, seria, interessata alle persone prima che al talento. Ed il fatto che Belinelli proprio lì stia esprimendo il suo miglior gioco (non che a Chicago o New Orleans facesse brutte figure, va ricordato) è indicativo. Non tanto del fatto che abbia un talento trascendentale per la NBA, al massimo appena appena nella media, quanto che a livello di professionalità è un giocatore di altissimo profilo. Altrimenti con allenatori come Monty Williams, Thibodeau e soprattutto Popovich non solo non giochi così bene, non scendi proprio in campo. Il fatto che in Nazionale, sprazzi a parte, continui a giocare sotto il PAR, opinione personale, è perfettamente spiegabile (non giustificabile) con il ruolo completamente diverso che è costretto, causa infortuni principalmente, a recitare e che non è più in grado di sostenere. Si può discutere per giorni sul fatto che sia giusto o meno che abbia stravolto il proprio gioco per fare (bene) il gregario di lusso in NBA, ma il dato di fatto rimane.

Abbiamo visto tante altre cose bellissime che non ho lo spazio di ricordare. Giusto qualche giorno fa, per esempio, abbiamo visto questo, con cui chiudo. Per lasciar parlare qualcuno che ne sa un po’ di più, di qualcuno che due cose ha lasciato in dote alla pallacanestro.

Buon 2014. Da appassionato di basket io mi auguro che sia interessante almeno la metà di quello che è stato il 2013.