Otto giorni fa ho corso la mia terza maratona. L’ho corsa nella mia città, Milano, ma avrei potuto correrla ovunque. Ho un personale di 3 ore e 32 minuti, ma questa volta ero fuori forma, non mi ero allenato, avevo avuto un sacco di vicissitudini che mi avevano frenato. Ma ho voluto esserci comunque. Dovevo dimostrare a me stesso che c’ero, che ero in grado di arrivare al traguardo. Perchè la maratona di un amatore è questo: arrivare al traguardo. Il tempo non conta, il tempo è per quelli bravi, il tempo è una cosa che si dimentica. Quello che conta è condividere la solitudine del tuo sforzo, sublimandola in un evento di massa. Perchè ogni runner è solo, solo con la sua fatica, solo con i suoi perchè che l’hanno portato a correre quel giorno, solo con l’idea malsana di sfidare i suoi limiti, di vedere dov’è in grado di arrivare.

Ogni runner è solo, ma in una maratona non lo è mai davvero. Ci sono quegli altri, che come te (o più di te, come nel caso della mia ultima maratona) avevano sacrificato ore e giorni della propria vita per allenarsi ed esserci quel giorno, ognuno con le sue motivazioni che non conoscerai mai. Quelli che decidono di fare i volontari lungo il percorso, ai punti di ristoro, e che insieme ad un integratore ed una spugna ti regalano un sorriso ed un incoraggiamento che, fidatevi se non l’avete mai provato, sono il doping naturale più incredibile che esista. Quelli che quel giorno, senza che nessuno glielo abbia chiesto, sono usciti di casa e sono venuti a vederti, senza conoscerti, e li trovi lungo il percorso, con un cane o un passeggino ad incitarti, a farti un applauso. Un applauso!  Capite? A noi, sfigati runners della domenica, che non siamo nessuno, ma che ai loro occhi siamo qualcuno. Non qualcuno che sta invadendo la loro città, complicandone la mobilità, ma qualcuno che la sta omaggiando, con il suo sforzo.

E poi li vedi morire.

Nel momento in cui scrivo non so chi siano le vittime e i feriti. Se siano corridori, volontari o spettatori. So che sono tutti degli eroi ai miei occhi da maratoneta dilettante e sofferente.

So che la prima cosa che ho notato, guardando il filmato assurdo del momento dell’esplosione è stato il cronometro sul traguardo e quel tempo che segnava.

4 ore 09 minuti 44 secondi.

Io a Milano sono arrivato dopo 4 ore e 11 minuti.

E so che quello è il tempo della gente normale. Di chi non è un fenomeno, di chi non fa della corsa una professione, di chi sfida i propri limiti fisici, di età, di tempo da dedicare alla corsa tra una famiglia e un lavoro, di chi ama questo sport pur sapendo che non lascerà mai un segno, che non avrà mai un record da raccontare agli amici. Il tempo di chi soffre per 42 km e perché lo faccia non sa spiegarlo bene. Ma se glielo chiedi sorride e ti consiglia di provare, perché non è una cosa che si racconta, è una cosa da vivere. Ed è anche, da oggi, una cosa per cui si muore.

Senza voler fare dell’epica da bar, sia chiaro. Non è che una morte a pochi metri dal traguardo di una maratona valga più di altre morti insensate, immeritate, improvvise.

Però oggi il gesto infame di non so chi ha colpito loro, loro tra 27.000 persone provenienti da 56 paesi diversi, loro accomunati da una sofferenza festosa e sportiva, trasformata in tragedia. Loro che sento un po’ come la mia gente, quelli con la falcata affaticata che incontro ogni settimana sui Navigli o nei parchi della mia città. Loro che sognavano il traguardo di Boston, la madre di tutte le maratone del mondo moderno, la classica, quella che se la porti a termine la racconti tutta la vita, che tu l’abbia corsa in tre, quattro o cinque ore.

Alla partenza della Maratona di Boston c’è un cartello famoso che recita “All starts here”, tutto comincia qui. Oggi invece, al traguardo, è finito tutto.

Oggi, però.

Perché da domani ci rimettiamo tutti le scarpe e i nostri brutti completini e ricominciamo. Perchè dobbiamo riscrivere il significato della parola “sofferenza” un’altra volta, ridandole il senso che conosciamo noi: fatica, gioia, obiettivo, sfida, dedizione, condivisione, traguardo. E cancellare quello che qualcuno le ha dato oggi: tragedia, assurdità, infamia, morte.

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 (Fonte www.cp24.com – AP Photo/The Boston Globe, David L Ryan)

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 (Fonte www.cp24.com – AP Photo/Charles Krupa)

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(Fonte www.cp24.com – AP Photo/Charles Krupa)

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(Fonte www.cp24.com – AP Photo/Charles Krupa)

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(Fonte www.cp24.com AP Photo/Winslow Townson)

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(Fonte www.cp24.com AP Photo/Winslow Townson)