Questa è la storia di una maglietta, una delle tante fabbricate dalle multinazionali per le grandi squadre di calcio.Una maglietta che ha fatto un giro lungo per tornare, in un certo modo, a casa. Le grandi squadre di calcio hanno tutte uno sponsor tecnico: non sono tante le aziende che producono le divise per i “top club” europei. Nella stragrande maggioranza dei casi non più di tre o quattro marchi. I giganti del calcio giocano in Europa, ma le magliette vengono realizzate soprattutto in Asia, in quei Paesi dove la manodopera costa meno.

Ogni anno i colori, le linee, le strisce e il design cambiano. E ogni anno le nuove creazioni non vengono distribuite solo ai giocatori che le dovranno usare come abbigliamento di lavoro, ma anche inviate in omaggio a un certo numero di addetti ai lavori che gravitano intorno al calcio. Queste magliette sono davvero belle, realizzate con tessuti leggeri e traforati per permettere all’atleta di non soffrire troppo il caldo. Hanno finiture eleganti, degne di una polo da serata d’estate più che di un indumento da indossare su un campo da calcio dove si suda come matti.

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Ma c’è un particolare che sposta tutto su un piano diverso: quell’etichetta “made in Bangladesh”. Il Paese asiatico dove recentemente è andata a fuoco una fabbrica tessile, dedicata proprio a confezionare abbigliamento per le grandi aziende europee e nordamericane. Quell’incendio è stato il più drammatico incidente nella storia dell’industria tessile con oltre 1.000 morti. E in generale le condizioni di lavoro in Bangladesh finiscono spesso sotto la lente di ingrandimento delle Ong e delle autorità indipendenti che monitorano cosa succede in quei capannoni. Così come succede in Cina e negli altri luoghi scelti per “delocalizzare” la produzione del mondo ricco.

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Questi ragionamenti, nati dall’etichetta, alimentano la voglia di restituire una di queste magliette alla parte di pianeta da dove è venuta. E così a uno dei destinatari di questo omaggio viene in mente un’amica che sta per andare in Israele e Palestina. Ripensa a quei bambini palestinesi che giocano a calcio a Betlemme all’ombra del muro fatto costruire da Israele per fermare i kamikaze pronti a farsi saltare in aria a Tel Aviv, Haifa o Netanya, in questa guerra infinita che dura da decenni. Nelle strade dei villaggi profughi di Betlemme i bambini passano ore a giocare per strada con quel gigante di cemento ingombrante a delimitare il loro orizzonte. Molti di loro lo considerano un fatto normale, perché sono cresciuti con quel mostro alto otto metri che limita lo sguardo.

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Si divertono a giocare a pallone nei tratti di strada in pianura, poche concessioni alle salite delle colline, con le maglie degli eroi del calcio europeo. Molti hanno quella del Barcellona di Leo Messi. Tra poco uno di loro ne avrà una nuovissima di un’altra squadra europea che ha vinto la Champions League. Gliela porterà la ragazza che sta per decollare in direzione Tel Aviv. E il ragazzino che gioca all’ombra del muro potrà raccontarlo agli amici. Un modo di far tornare la maglietta in quella parte di mondo da cui è venuta, anche se ci sono migliaia di chilometri di distanza rispetto alla fabbrica del Bangladesh dove è stata cucita. Ma anche a Betlemme, come purtroppo succede in troppi angoli del pianeta, molti bambini vantano un credito enorme con la buona sorte.