Si entra nella settimana dell’unico derby che ormai conta, nel campionato italiano. Su Paper Project ci si arriva parlando di Amore, magie di Balo e scudetti più o meno validi.

INTERISMI

di Max Multatuli

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Scusate se riprendo l’argomento del nostro ultimo post: l’Amore. È che in settimana mi sono innamorato di una collega bloggista.

E poi, in fondo, siamo ancora nel periodo San Valentinesco.

In fondo, non è forse “l’Amor che move il sole le stelle e le altre cose belle come le Nutelle”, come dice il Poeta?

E allora raschiamolo sto fondo!!

L’Amore valica i confini dello scibile umano, fino a riportarci alla partenza. L’Amore supera la conoscenza del bene e del male. L’Amore rende idioti. Se poi idioti lo si è già, chissà che danni può provocare, l’Amore.

Come si spiega altrimenti il talento sprecato di Maurito Icardi?

Questo ragazzone grosso e veloce che dovrebbe gonfiare la rete a ogni palla toccata, e invece preferisce gonfiare i miei testicoli a ogni toccata in rete.

No, sul serio, seguitelo sull’internet. Andate sul Twitter e cercate @MauroIcardi.

Milioni di fottine di lui e @wanditanara e, talvolta, con i di lei figli avuti con @MaxiLopezz10 già ex-amico del di cui prima @MauroIcardi.

E cuoricini e animaletti e ciccipucci.

Ohu.

Mi direte, ma di che ti lamenti? Ha pure segnato contro la Fiorentina su assist (miracolo!) di Nagatomo.

Ha portato la Beneamata alla prima vittoria in trasferta dall’epoca della tv a colori.

E mi lamento, sì mi lamento. Perché è tutta la stagione che ci manca la punta e la punta ce l’avevamo già, mannaggia alla Juve ladra.

La punta era quell’omone col cervello di moscerino che doveva allenarsi e invece stava a dissipare energie sull’internet. La punta era quell’ariete similBoboVieri trasformato in mezzasega da una miriade di seghe intere. Sì, la punta che cercavamo era lui, @MauroIcardi.

L’assenza di punta come l’assenza di Amore. Una tragedia esistenziale sulla quale ho versato biliardi di lacrime qui su Paper Project.

Oddio, non tutti i mali vengono per nuocere.

Da Moggi è arrivato il triplete.

Dall’assenza cronica di goals e giocate dell’Inter 2013/14 è arrivato Hernanes.

Da Conte è arrivata la conferma (ce n’era bisogno?!?) che alla Juve due scudetti glieli hanno revocati per frode.

Chissà che dalla storia d’Amore più lagnosa dai tempi di Pellegrini-Magnini non venga fuori un tridente sopraffino Palacio-Hernanes-Icardi.

In fondo, dal letame nascono i fior, come cantava Gigi D’Alessio.

 

MILANISMI

di Marta Baudo

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Andare a San Siro a San Valentino è come dire farsi una pennichella per gran parte del match, e assistere al calcio più ammorbante, e imbarazzante degli ultimi dieci anni. Un tiro da biliardo dal nulla a notte fonda del Balo rianima lo stadio, convinto di finire con il solito inutile pareggino. Solo un rigore o una punizione avrebbero potuto portare i tre punti in saccoccia.

Minimo sforzo = massimo risultato. Vedersi queste perle dal vivo ha però un suo fascino e fa passare la tristezza del gioco non gioco.

Amisci e amiche, questo è proprio un golasso da manuale del calcio!”: avrebbe commentato Josè Altafini.

Se Kakà non è più lucido e, comunque, ci manda in ansia quando si fa male da solo e se Taarabt è l’unico che tiene viva la squadra, saltando l’uomo, c’è da rimboccarsi le maniche! Honda abbisogna dello Tsunami per scuotersi. Constant, chi? Questo sconosciuto da serie C. I giocatori vanno alla ventura! “Mou” vinceva partite così noiose, ma non è un bel paragone.

Dal buio della squadra svogliata, e in uno stato di dormiveglia, l’euro gol rianima il Milan seduto sugli allori. I rossoneri nei minuti finali, galvanizzati dal momento, addirittura si mettono a creare gioco…evento surreale per la serata. Il Bologna per gran parte del match mette 9 uomini davanti alla trequarti come fortino, non permettendo di creare azioni; refrain visto più e più volte in questa stagione al Meazza. Grazie al cielo è un’abitudine tornata in voga solo negli ultimi mesi, tipica di quando non ero ancora nata.

Con Clarence allenatore arrivano gol casuali e spesso nei minuti finali. Se Mario provasse questa “pigna”, cento volte non entrerebbe. Però tentare non nuoce: la fortuna aiuta gli audaci. Una vera pennellata alla Van Gogh: genio e sregolatezza. Ricordi del passato affiorano alla mente a vedere questa prodezza, simile al gol da cineteca di “Willy Wonka” nel Derby del febbraio 2004, o, ad alcune magie nelle corde di Ibra. La coda è lunga da scorticare.

Se fossi in Clarence mi chiederei come mai il Balo o il Pazzo segnano spesso quando giocano assieme: casuale? Non direi!

Tutti questi risvegli nei minuti finali saranno segnali? Lo scopriremo solo tifando.

 

JUVENTISMI

di Edoardo Pavesi

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Dunque, questa domenica la Juve ha battuto il Chievo 3-1. Capirete che non c’è molto da aggiungere a riguardo, noi siamo una corazzata e loro fanno abbastanza schifo, diciamocelo. Quindi, essendo questo spazio a mia disposizione, oggi parlerò d’altro, ovvero, visto che la questione è tornata d’attualità, del numero dei nostri scudetti: 29 o 31?

Premessa: io sono molto juventino, qualcuno per descrivermi userebbe il termine “malato” di Juve, quando io invece sono sanissimo e juventino nel DNA, che è diverso dall’essere solo tifoso. Ma, detto questo, vi dico che gli scudetti non sono né 29 né 31, ma molti meno per me.

Non me ne frega assolutamente niente infatti di quanti siano ufficialmente, se la Lega vuole darci la terza stella quest’anno o se era giusto darcela 2 anni fa, non me ne frega niente di Moggi, uno condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso io non lo considero (ogni riferimento a Previti e Dell’Utri è assolutamente voluto), non mi interessa perché quella è una somma algebrica che tiene conto di scudetti vinti negli anni ’20, dei cinque di fila negli anni ’30 o di quelli di Sivori negli anni ’50 e ’60: ma chi li ha mai visti?!?

Io considero scudetti vinti quelli che si possono vincere come tifoso, non come squadra, visto che non ho mai avuto la gioia di giocare nella Juve in prima persona (anche se tecnicamente avrei potuto tranquillamente arrivare in serie A, ma la mia mamma ha sempre detto che dovevo studiare…); quindi per me vincere uno scudetto significa poter prendere in giro gli amici interisti o quelli milanisti, guardare dall’alto in basso i romanisti, compatire, più del solito, quei poveretti dei granata, magari in quell’anno retrocessi per l’ennesima volta in B. Significa festeggiare, godere, ubriacarsi, uscire a fare caroselli con gente come me, comprare la sciarpa commemorativa, piangere come il 5 maggio, vedere la gente che ti guarda come fossi un pazzo e non capisce quello che stai provando.

Vincere uno scudetto è questo, non è un numero in più o in meno. Quindi sì, io gli scudetti del 2005 e del 2006 li ho vinti, e sono stati bellissimi come tutti gli altri che ho vinto e ricordo di aver festeggiato, alla faccia di tutti gli altri cui è venuto, anche in quell’occasione, un fegato così!

Del resto, voi avete mai visto un tifoso della Pro Vercelli ebbro di gioia con sciarpa al collo mezzo ubriaco festeggiare alla faccia dei suoi amici napoletani o laziali uno dei suoi 7 scudetti?!? Dai…

PS: mentre concludo questo pezzo il Torino ha vinto con l’ennesimo favore arbitrale della stagione, un gol in fuorigioco che anche Polifemo dopo la visita di Ulisse avrebbe visto; mi auguro solo che settimana prossima nel derby ci sia una terna arbitrale all’altezza…

 

GRANATISMI

di Cristiano Girola

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Esistono gli allenatori permalosi. Che spesso sono dei frustrati e tendenzialmente perdenti, schiacciati un po’ dalle responsabilità del proprio ruolo e per questo più inclini a mal sopportare le critiche e i paragoni con i quali i giornalisti li pungolano.

Fulgido esempio di questa categoria, il simpaticissimo Stramaccioni.

 

Poi c’è Antonio Conte. Quando sei uno stravincente e ancora ti comporti come un bambino, beh, sei francamente ancora più ridicolo.

Ché delle due l’una: o hai un ego gigante o un cervello piccolissimo. O ancora, come spesso accade, non hai mai aperto un vocabolario, in generale ma soprattutto alla voce “eleganza”.

 

E nel caso di Conte, sei talmente privo di classe, diplomazia ed autoironia che riesci pure a far gioire gli interisti con certe tue uscite sul recente passato juventino.

E sei pure capace di ridare fiato a modi di dire triti e ritriti che non facevano più ridere da anni, tipo “ha un diavolo per Capello-capello” che, dovete ammetterlo, accostato a lui fa proprio ridere.

 

Poi esistono altri allenatori. Vecchie volpi il cui più grande vanto in carriera è aver fatto giocare secondo i canoni della “libidine” il Bari.

Il Bari.

Capite che non è un granché alla fine, come curriculum internazionale.

Questa categoria di allenatori è fatta di gente non illuminata, priva delle stigmate del guru, ma in grado di capire, ogni tanto, le cose semplici e cavarne il meglio.

E’ quello che ha fatto lentamente Ventura negli ultimi anni al Toro. L’ha plasmato lentamente, senza lampi di genio che ne accelerassero la crescita, ma attraverso esperimenti, errori, piccoli successi e cambi di rotta.

E alla fine ha creato un oggettino che funziona. Funziona bene.

Un oggettino che gioca a testa alta contro tutti e che ogni tanto si illumina, come ieri a Verona nel secondo tempo. Un oggettino assemblato con due campioni (Cerci e Immobile), un paio di elementi futuribili e interessanti (El Kaddouri e Maksimovic), gente solidissima e affidabile (Darmian, Glik, Moretti) e duo o tre miracoli puramente venturiani, che avrebbe fatto fatica a trovare un posto da titolari in altre squadre di serie A (Padelli, Masiello e Vives, che un posto l’avrebbe trovato probabilmente, ma mai giocando a questi livelli).

 

Domenica le due categorie di allenatori si incontreranno sul campo periferico di Venaria. C’è una cosa chiamata derby e non si capisce più bene perché, dal momento che l’unica squadra che gioca a Torino è il Toro.

Ma il linguaggio colorito del calcio definisce derby anche quelli tra Bologna e Fiorentina o tra Novara e Pro Vercelli, quindi possiamo chiudere un occhio.

 

E cercare di fare bella figura – noi e la terna arbitrale – al contrario di quanto avvenuto all’andata.

Io ci credo, è gratis.