Se i vertici dello sport italiano decidessero di compiere questo passo, farebbero davvero qualcosa di olimpico. Nel senso che agirebbero in nome di quei valori di bellezza e unione universale che lo sport riesce a incarnare quando vola alto. In Italia da più di un decennio esiste un problema che non è ancora stato risolto. Non è infrequente nel nostro Paese, dove le agende sono piene di punti che non vengono mai affrontati. Ma questo è particolarmente odioso perché danneggia bambini e ragazzi, ed è foriero di conseguenze inutilmente spiacevoli. È il tema del tesseramento differenziato per le società sportive tra italiani e stranieri immigrati.

Chiunque abbia fatto sport nella vita ha sperimentato la formidabile capacità di unire di una squadra o di una gara, in qualsiasi disciplina. Il legame che si crea con i compagni di formazione in un torneo o in un campionato è qualcosa di speciale che resta per sempre, perché comprime emozioni, sforzo, gioie, fatica e delusioni. Questa miscela sarebbe la leva più immediata per integrare chi arriva da lontano nel nostro Paese. Purtroppo lungo questa autostrada di possibili amicizie, relazioni e felicità, sono stati disseminati numerosi ostacoli.

Il tesseramento dei giovani stranieri, figli di immigrati privi della nazionalità italiana, è ostacolato da norme che appaiono davvero ingiuste. Il regime più duro prevedeva che solo chi era in Italia da due anni potesse iscriversi a un’attività agonistica di squadra: 24 mesi di sofferenza per chi vedeva giocare gli altri nello sport praticato nel Paese d’origine. Adesso certe barriere sono cadute, ma resta la necessità di presentare una documentazione molto più consistente rispetto a quella dei coetanei italiani, compresi certificati da chiedere alla Federazione della Nazione di cittadinanza dei genitori o di provenienza.

È facile immaginare la difficoltà di ottenere autorizzazioni o carte in Paesi lontani, situati in altri continenti, tra mille scogli burocratici e logistici. Così, in un dedalo di norme ispirate anche da motivi nobili (come quello di evitare la tratta di giovani campioni strappati ad Africa o Sud America a 15-16 anni dai club professionistici assetati di talenti a basso costo) ma che finiscono per penalizzare chi è già in Italia, si smarrisce una delle strade migliori per andare verso l’integrazione.

Partendo da queste considerazioni, l’associazione “Rete G2 – Seconde Generazioni”, organizzazione fondata da figli di immigrati e rifugiati nati o cresciuti in Italia, ha lanciato una proposta semplice e rivoluzionaria: consentire a bambini e ragazzi stranieri, arrivati nel nostro Paese prima del compimento del 10° anno di età, di tesserarsi a una società sportiva alle stesse condizioni degli italiani. Sarebbe una svolta bellissima. Per la prima volta questa proposta è stata ufficializzata nel corso degli Stati Generali dello Sport, organizzati a Milano circa una settimana fa: in quella sede ne ha parlato Nura Tafeche, giovane e combattiva italo-palestinese rappresentante della Rete G2, una dei “nuovi italiani”, come li ha definiti con una felice espressione il Ct della Nazionale, Cesare Prandelli. L’hanno recepita l’assessore allo Sport del Comune, Chiara Bisconti, e vari consiglieri della maggioranza di centro-sinistra di Palazzo Marino, intervenuti a quest’assemblea. Dopo aver definito la bozza, questa idea arriverà sul tavolo del Coni e delle Federazioni nazionali. E in quella fase si misurerà la lungimiranza dei dirigenti del nostro sport.

Negli ultimi anni si è parlato molto di Mario Balotelli, diventato italiano solo con la maggiore età e fino a quel momento impossibilitato a giocare nelle Under azzurre (come lui anche Stefano Okaka o Angelo Ogbonna). Questi esempi sono la punta di un iceberg che congela i sogni di ragazzi molto meno famosi. Loro non diventeranno mai campioni, ma chiedono solo di poter crescere provando le gioie dei loro coetanei italiani. Negargli questa speranza è una colossale ingiustizia. La proposta della Rete G2 sarebbe un primo splendido passo per regalare felicità abrogando divieti assurdi.