“Ma lasciateli pedalare”, viene da dire guardando le immagini dei tapponi di montagna delle ultime edizioni di Giro o Tour.

Ormai l’epico muro umano che accompagna la salita dei ciclisti è diventato un serpentone pericoloso e indisciplinato. La penultima tappa della corsa rosa, sabato scorso con arrivo allo Zoncolan, è stata l’emblema di questa nuova preoccupazione: lo sfortunatissimo Francesco Manuel Bongiorno ha perso la possibilità di conquistare un successo prestigioso a causa di uno spettatore che, spingendolo, l’ha costretto a frenare per non urtare il compagno di fuga Michael Rogers. Da quel momento il corridore italiano ha iniziato a staccarsi metro dopo metro perdendo terreno rispetto all’australiano. Lo pseudo-tifoso è stato poi individuato e rischia addirittura un Daspo da parte della Digos di Udine. Quello è stato solo il picco di un pomeriggio simbolo di questa nuova moda sulle salite delle grandi corse a tappe (“Pubblico fuori controllo”, ha titolato giustamente un quotidiano).

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Fino a qualche anno fa, esisteva solo il famoso Diavolo col forcone appostato sistematicamente negli ultimi chilometri di ogni tappone, soprattutto al Tour de France, simpatico punto di riferimento. Adesso invece è tutto un fiorire di pupazzi, orsi, simil-gabibbi, uomini vestiti da spose, ragazzi in gonnellino, energumeni a torso nudo visibilmente alticci e amenità varie. Tutti questi soggetti, appena sono inquadrati, iniziano a correre come forsennati a fianco dei ciclisti, più infastiditi che contenti per queste urla sguaiate a pochi centimetri di distanza. Molti di questi tifosi rifilano pacche sulla schiena o manate, ricevendo in cambio sbracciate o addirittura pugni dagli atleti esasperati (lo stesso Rogers sullo Zoncolan a un certo punto è esploso in svariati “fuck” all’indirizzo dei più insistenti).

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Sono immagini davvero brutte perché rovinano la sacralità di queste salite, un sentimento già messo a dura prova da tutti i casi di doping degli ultimi 20 anni, che ormai hanno diffuso un inevitabile scetticismo intorno al movimento del ciclismo professionista. Ma questo sport riacquista ogni volta una capacità poetica inesauribile quando approccia le grandi montagne e le ascese più leggendarie (per merito del palcoscenico più che degli interpreti). In quelle giornate è davvero difficile non entusiasmarsi per le immagini che corrono sui teleschermi. Quello che incanta è proprio la silenziosa fatica dei ciclisti, unita all’incanto della natura lontana dalle grandi città. Un abbraccio tra riti antichi che rimandano ai ritmi tipici di attività lontane.

A quello scenario dovrebbe uniformarsi anche il pubblico che, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi è fatto da persone che applaudono con compostezza dopo aver deposto a bordo strada la bicicletta utilizzata per arrivare lassù. Sono loro la parte più bella del muro umano che rappresenta il sogno di cicloamatore, al punto da immaginarselo durante le salite verso le montagne. Quella muraglia di gente che quasi sospinge verso l’alto i ciclisti è una delle immagini simbolo dello sport. Il ciclismo è già stato violentato da tante tragedie o nefandezze. Almeno quell’affresco di popolo vicino ai campioni della fatica non deve essere rovinato dagli esibizionisti fuori posto.