Finalmente sono finite le Olimpiadi e il mondo del tennis riparte dai miei amatissimi US Open. Come? Sorpresi. Ok, lo confesso: non sono un amante dei Giochi a cinque cerchi. Va bene lo spirito olimpico e la grande festa tra Paesi ma il 90% degli sport praticati a Rio 2016 non mi entusiasma e non riesco davvero ad appassionarmici. Certo, se sul trampolino va Tania Cagnotto, seguo la gara con il massimo del rispetto, così come non posso non essere colpito dalle prove del fenomeno Usain Bolt: tuttavia, non per questo mi trasformo (o fingo di trasformarmi) in un fanatico di discipline che generalmente non mi intrigano più di tanto e che conosco ancora meno.
Alla fine dei conti, anche a Rio 2016 ho seguito con reale interesse e continuità solo quegli sport che mi piacciono anche quando non ci sono le Olimpiadi, evitando di spacciarmi la mattina al bar come esperto di judo solo perché ho visto il (bravissimo) Fabio Basile vincere l’oro per l’Italia.
Eccomi allora anch’io come tanti altri attaccato al televisore ad orari improbabili ma solo per seguire l’Italvolley, le magie del Dream Team di basket, i colpi di Neymar nella Seleçao calcistica e, ovviamente, le avventure dei tennisti sul cemento carioca. Così ho assistito al trionfo di un solidissimo Andy Murray, al pianto di un Novak Djokovic eliminato a sorpresa, al ritorno ad altissimi livelli di Juan Martin Del Potro e al miracolo di Monica Puig, vincitrice del primo oro di sempre per Portorico. Il tutto, peraltro, con con una passione inferiore ai tornei del Grande Slam o di Roma o Montecarlo.
Vi paio per questo un bastian contrario a tutti i costi o, peggio ancora, uno ‘snob’? Non proprio. La realtà è che ogni sano – ahem – malato cronico di tennis ha un rapporto particolare, quasi di amore-odio con la storia di questo sport ai Giochi. Giochi dove per anni ha subito un ostinato ostracismo, dovuto soprattutto al ‘professionismo’ dei giocatori che cozzava con il finto spirito dilettantistico delle Olimpiadi, rientrando infine nel programma ufficiale solo a Seul ’88.
Dopo un iniziale momento di diffidenza, anche sotto la bandiera dei Cinque Cerchi si sono così visti all’opera tutti i fuoriclasse Atp e Wta e a testimoniarlo nell’albo d’oro ci sono i nomi di Steffi Graf, Roger Federer, Rafael Nadal e le sorelle Williams. Però, per gli stessi giocatori – e di riflesso per gli appassionati – le Olimpiadi restano ancora un gradino sotto ai tornei dello Slam, che hanno un peso storico e un’importanza che il tennis ai Giochi non ha (finora ?!?) conquistato. Per esempio, chiedete ad Andy Murray se scambierebbe il suo primo Wimbledon con l’oro di Rio: la risposta sincera sarebbe uno scontato ‘no’.
Insomma, la vera passione per gli amanti del tennis è tornata con gli US Open, l’ultima tappa stagionale degli Slam, in programma tra fine agosto e settembre e caratterizzata da mille quesiti intriganti: Novak Djokovic riuscirà a tornare imbattibile dopo la delusione di Rio? Andy Murraysi confermerà il rivale più accreditato del serbo? Le ‘seconde linee‘ come Marin Cilic – vincitore all’ultimo Masters 1000 di Cincinnati – spezzeranno il dominio dei ‘soliti noti’, tra i quali mancherà  Roger Federer? Serena Williams resterà numero uno o lascerà il trono ad Angelique Kerber? Roberta Vinci ripeterà l’exploit dell’anno scorso, quando arrivò in finale? Tante domande e una curiosità in più: vedere in azione la copertura mobile del nuovo tetto costruito sull’immenso catino dell’Arthur Ashe, il centrale di New York. Bentornati US Open, bentornato tennis da Slam.