Le ultime settimane hanno riportato d’attualità la tragica fine di Marco Pantani a Rimini il giorno di San Valentino di 10 anni fa. L’Italia era innamorata di lui.
Tutti sappiamo dove eravamo in due momenti anche se per noi erano privi di significato particolare: la tarda mattinata del 5 giugno 1999 e la sera del 14 febbraio 2004. Tutti abbiamo un’immagine di noi come pietrificati quando abbiamo appreso le due notizie arrivate in quelle ore: Pantani trovato con l’ematocrito alto, costretto a lasciare il Giro d’Italia che stava dominando, e Pantani trovato morto nella stanza del residence di Rimini.

Per questo motivo parlare della doppia fine di Marco Pantani – la prima ha preceduto di cinque anni la seconda – fa male. Per chi ama il ciclismo, le salite d’Italia, la storia dello sport, il bello del nostro Paese, per tutti questi appassionati sentire ancora notizie e ipotesi su Marco Pantani non è come ascoltare un’altra notizia di cronaca. Fa male come se dovessimo tornare a parlare della tragica fine di un nostro parente. Perché Pantani è entrato in quel ristrettissimo novero di fuoriclasse che diventano figli, fratelli o padri di tutti gli amanti dello sport. Negli ultimi anni forse è successo solo con Alberto Tomba e Roby Baggio (tra le donne forse con Deborah Compagnoni).

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Per un ciclista c’è quel surplus di epica e innamoramento che accompagna lo scenario delle sue imprese: i grandi passi alpini, le salite della sua Romagna, le Dolomiti. Pantani passava di lì con l’epopea tipica di un grande italiano (con la straordinaria e forse unica carica di genio e struggente passionalità che esprimono i grandi italiani). Sembrava quasi un Enzo Ferrari della bicicletta. Straordinaria la frase con cui rispondeva a chi gli chiedeva perché non andasse ad allenarsi lontano, ma preferisse restare vicino a casa: “Il Carpegna mi basta”, diceva citando la durissima asperità dell’entroterra romagnolo. E partiva senza acqua da casa perché amava bere alle fontanelle dei paesi.

Per tutto questo infinito carico di emozioni che Pantani risveglia e sempre risveglierà, è una sofferenza sentire ancora parlare dell’inchiesta, di nuove scoperte, rivedere le immagini di quella stanza. E’ chiaro che la giustizia deve fare il suo corso (anche perché le nuove indagini sono stimolate dalle ricerche dell’avvocato di famiglia) e accertare se esistono colpevoli impuniti. E’ abbastanza chiaro che le indagini di dieci anni fa sollevino numerose perplessità ed è probabile che il test di Madonna di Campiglio sia stato effettuato con modalità poco chiare. Ma viene quasi da chiedere di dirci tutto a cose fatte. Di avvisarci solo a prove ottenute se esiste un complotto e se qualcuno ha voluto eliminare il Pirata e quindi non è stata solo una fine generata dal terribile crepuscolo del campione, a base di cocaina.
Perché è quasi insopportabile vivere lo stillicidio di nuove rivelazioni che escono giorno dopo giorno. Che senso ha tornare a parlare delle dichiarazioni di quel delinquente di Vallanzasca, quasi che bisognasse eternamente dare credibilità a chi non la merita dopo una vita piena di delitti? Che senso ha tornare a parlare della camorra e delle scommesse, evocando scenari da Romanzo Criminale? Forse – senza bisogno di scomodare banditi, confidenze fatte in carcere e allibratori clandestini – viene da pensare che Pantani avesse più nemici all’interno del ciclismo perché stava vincendo troppo senza lasciare nulla agli avversari. La speranza è che Pantani non diventi uno di quei casi di cronaca nera italiani: vicende infinite che da anni attirano colpevolisti e innocentisti, perizie e controperizie, dibattiti e plastici.

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Pantani merita che venga a galla un’altra verità, se esiste. Ma tutto il resto no, non merita di restare lì sospeso per anni in un limbo utile a scatenare polveroni mediatici. Ha saputo regalare gioie ed emozioni talmente immense agli italiani che non deve entrare in questo circuito. Ha volato talmente alto con i suoi scatti che merita un ricordo fatto di cieli limpidi, nevi a primavera e bagliori di visi segnati sul profilo delle rocce di montagna. Esiste la realtà con i suoi dolori e i suoi eventuali misteri da scoprire. Ma esiste anche la dimensione di un amore popolare che fa parte della nostra storia. E, come succede con ogni storia d’amore finita bruscamente, fa male ricordare gli ultimi momenti. Perché nessuno vuole dimenticare le pagine belle.

Photo credits:
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