Le ultime due settimane hanno ribadito il legame stretto tra ciclismo professionistico e doping.

Alessandro Ballan, l’ultimo Campione del mondo italiano che fece sognare tutti gli appassionati vincendo la corsa iridata a Varese nel 2008, è stato squalificato a due anni per essersi sottoposto a sedute di ozono-terapia, una pratica vietata. Pochi giorni dopo, Danilo Di Luca, in un’intervista a Le Iene, ha sostenuto che è impossibile arrivare tra i primi dieci classificati al Giro d’Italia senza doparsi. Il ciclista, radiato per essere stato trovato positivo all’Epo ad aprile, dopo la squalifica per aver assunto Cera nel 2009, è stato sommerso di critiche, accusato dall’ambiente di aver fatto dichiarazioni clamorose alla ricerca di pubblicità non potendo più guadagnare con le corse.

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Queste notizie riguardano la punta dell’iceberg: il ciclismo professionistico. Ma c’è un altro fatto ancora più preoccupante. Lo rivela Repubblica del 29 gennaio: la Commissione di vigilanza sul doping, prevista dalla legge 376 del 2000, non sta lavorando come dovrebbe perché non sono ancora state completate le nomine da parte degli enti che la compongono, uno stallo che costringe a lavorare da giugno in un regime di prorogatio. Hanno provveduto solo Coni e Istituto Superiore della Sanità. Ancora fermi i Ministeri della Salute e dello Sport, la Conferenza Stato Regioni e il Comando dei Carabinieri. In queste condizioni diventa complicato spendere in maniera efficace anche i pochi soldi a disposizione della commissione: 2 milioni di euro.

sandro donatiQuesta commissione è una creatura fortemente voluta dall’uomo che più di tutti ha remato contro le pratiche illecite nello sport italiano, il professor Sandro Donati, insieme al suo fedele collaboratore Pasquale Bellotti. La commissione ha il compito importantissimo di monitorare il ricorso al doping nelle competizioni sportive amatoriali. Ha quindi una fortissima valenza sociale e di tutela della salute perché rivolge la sua attenzione allo sport di base. Nei suoi primi anni di vita la commissione aveva ottenuto risultati significativi. Uno di questi, raccontato dal professor Donati nel suo ultimo libro “Lo sport del doping”, era un dato paradossale: risultava più alta la percentuale dei positivi ai controlli della commissione di vigilanza nelle gare amatoriali rispetto a quella rintracciata nelle analisi sugli sportivi professionisti. Chiaro segno che la commissione faceva il suo dovere, altri invece no.

E’ evidente che questa efficienza possa dare fastidio, perché certe competizioni sono un terreno di spaccio ideale per chi vuole distribuire sostanze vietate su larga scala. Per tanti che fanno onestamente fatica a portare a termine una maratona o una Gran Fondo, e combattono con i loro limiti per scalare lo Stelvio o i passi delle Dolomiti, esiste chi insegue le classifiche scorciatoie per guadagnare posizioni o limare tempi. Il professor Donati calcola che sono circa 105.000 gli amatori che hanno fatto ricorso al doping in Italia. Ne sono testimoni i medici, chiamati a prestare assistenza obbligatoria ad alcune gare ciclistiche. “Dottore, ma fa male prendere questa sostanza? Che cosa rischio?”, sono alcune delle domande che si sentono rivolgere.

Per questo motivo, la Commissione di vigilanza è un organismo fondamentale da difendere, al di là delle squalifiche a Ballan, Di Luca e compagni. Loro uccidono la passione per questo sport ad alto livello. Un crimine imperdonabile, quando ci va di mezzo uno sport meraviglioso come il ciclismo. Ma, molto meno visibile sotto il movimento dei grandi Giri, c’è un altro universo prezioso che deve essere protetto.

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