Avete mai corso una maratona? Io sì. Ne ho corse tre: tra di loro diversissime per attesa, fatica, entusiasmo, sofferenza, emozione, brividi, calore, felicità, angoscia.
E per durata, banalmente; molto diverse per durata.
Che poi è tutto, la durata. Non perché conti più di attesa, fatica, entusiasmo, etc, etc, etc. Ma perché le contiene tutte. Le dilata, le amplifica, arma tutte le sensazioni fino a farti volare, fino a renderle capaci di ferirti o fino a non farti alzare, letteralmente, più.

La durata della gara, ma non solo. Quella dei singoli allenamenti, anche. Quella dei mesi scanditi dalla tabella. Quella del tempo passato a visualizzare o a immaginare il percorso, quella curva, quel chilometro, quello scorcio, quel passaggio dove mi aspetterà quella persona.

Ho corso tre maratone, dicevo.
La prima è durata poco.
La seconda è durata un anno.
La terza non è durata proprio.

La prima è volata troppo in alto, sulle ali della voglia imbizzarrita di farla. Dodici settimane di allenamento, tabella metodo First, scaricata da internet e capita male, tre allenamenti a settimana, lungo massimo 32k.
Molto più tempo a guardare e riguardare il percorso che ad allenarsi bene. A immaginare quanto sarebbe stato bello e indimenticabile: Roma mi attendeva. Soprattutto gli ultimi chilometri, nel centro città più bello del mondo, attesi come si attende la donna dei tuoi sogni e sognati in un’apoteosi di piacere…
Risultato: la bellezza, in associazione a delinquere con l’entusiasmo, mi ha ucciso. Anzi, non li ho neanche visti quegli ultimi sei chilometri. Mi sono impiantato al trentaseiesimo. E da lì è stato Walking Dead.
Non saprei spiegarlo meglio.
Oh, poi intendiamoci: è stata stupenda.

La seconda è durata un anno. Studiata con attenzione e scelta accuratamente. È stata meno spontanea, meno movimentista, fatta di meno inni alla bellezza e di più suole consumate. È stata scelta piatta e veloce, seria e un po’ noiosa. Poco sensuale, molto reale. Treviso.
Preparata con una tabella, stavolta prestata da un amico e farcita di quattro allenamenti a settimana. Limitati i vizi, allungati i lunghi, fino ai 36k.
Risultato: sono scoppiato lo stesso.
Ma più tardi, al trentottesimo chilometro e dopo un po’ di stretching sono ripartito, ché ormai lì sono la stretta della mano invisibile, l’odore del traguardo, a trascinarti alla fine.
E ho abbassato, in un colpo solo, il mio personale di dieci minuti.

La terza non è durata. Non è mai iniziata.
Se la prima è stata la maratona del cuore e la seconda quella della testa, la terza è stata la maratona della pancia. Dello stomaco preso a pugni, della rabbia da sputare insieme al sudore, della voglia spasmodica di dimostrare di esserci, di valere qualcosa, di saper portare a termine qualcosa: era un periodaccio. Il più brutto della mia vita, probabilmente. Della mia storia recente (da quando sono runner) di sicuro.
Storiacce personali battono allenamenti 6-0, 6-0. Lungo massimo un 21k interrotto da crisi di nervi.
Birre, sigarette, non dormire.
Ma dovevo dimostrarmi delle cose e, cascasse il mondo o cascassi io, su quella linea di partenza della Maratona di Milano 2013 mi sono presentato lo stesso.
Mi sono incollato alle caviglie del pacer delle 3h45’’, in un rigurgito di follia, e gliele ho morse come un mastino per 30k, da Rho fino in piazza Cadorna.
Poi si è spento tutto. Tutto tranne l’ostinazione cieca e ottusa di uno che doveva dimostrare qualcosa a se stesso, anche se quel se stesso non sentiva, non vedeva, non parlava e a mala pena camminava.
Di quegli ultimi 12k ricordo corsette di 200mt alternate a lunghe camminate, abbracci con i pali della luce, fatti di stretching ed erotismo confuso, mio padre che ogni tanto appariva pedalando e, poveraccio, che brutto spettacolo podistico ha visto.
Ma l’arrivo al traguardo, con quaranta minuti di strada in più sulle spalle rispetto alla gara di Treviso di dodici mesi prima, lo ricordo. E lo ricordo come il migliore di tutti. Come la vittoria più grande. Come la comprensione di tante cose che, finalmente, sono diventate chiare. Niente di risolutivo, la mia vita non è migliorata di botto quel giorno, ma diciamo che da lì è partita l’altra maratona, quella della risalita.

La cosa più importante che ho capito quel giorno è che la maratona ha bisogno essenzialmente di due cose: allenamenti e pensieri felici.
Se le hai tutte e due, volerai.
Se ne hai una sola, arriverai alla fine ma sarà stata dura.
Se non hai ne l’una né l’altra, arriverai alla fine (se sarai sufficientemente ostinato e stupido) ma sarà stato un incubo.

Io ero arrivato spompo di entrambi. Riserva esaurita, si scende dalla macchina e si spinge di rabbia. Però poi la devi riparare, la macchina. Ché a spinte di rabbia si spacca, a lungo andare.

Sono partito dai pensieri felici.
È il primo rifornimento da fare. Correre non funziona, senza un juke box di pensieri felici da far suonare mentre lo fai. Senza una biblioteca immaginaria, piena di pensieri felici da leggere e rileggere mentre fatichi. Mentre sei solo, che poi è sinonimo di “mentre corri”.
Esistono corse spinte dalla paura, corse spinte dalla rabbia, corse spinte dal desiderio. Ma sono corse brevi. Scatti verso qualcuno, verso qualcosa, via da qualcuno o via da qualcosa.
La corsa lunga, la maratona, è un’altra cosa. È stare da soli al buio, per tanto tempo. E da solo al buio per tanto tempo resisti senza impazzire solamente se hai tanti pensieri felici in cui perderti, pensieri felici che accelerano il tempo e accendono l’oscurità.
Ho rimesso nella mia vita i pensieri felici. Mi sono dedicato a quello, per un anno e mezzo. L’allenamento alla felicità è stato il più lungo, il più lento e il più bello della mia vita. La corsa faceva da assistente. Mi portava quelle secchiate di endorfine che facevano da collante tra i mattoni dei pensieri felici.
Ma nulla più, nessun vero impegno podistico fino a che non fossi stato pronto. Mi sono divertito: Strongman Run, Color Run, Midnight Run, Run 5.30, qualche triathlon sprint, staffette, mezze maratone.

Ho aspettato che i pensieri felici raggiungessero la massa critica sufficiente a reggere l’impatto. A reggere il ritorno.
E a un certo punto lo capisci, quando succede. È quando una voce arrogante dentro di te torna e ti dice: “Perché no?”.
La testardaggine di voler concludere una maratona ha bisogno dell’intransigenza di un “Perché sì”. La mia ultima Maratona, a Milano, era stata una maratona edificata solo sui “Perché sì”.
Ma la voglia di sfida, l’orgoglio di fare qualcosa bene, il darsi un obiettivo e trovare la forza di perseguirlo è qualcosa costruito sul “Perché no?”. Ogni impresa nasce lì, su un “Perché no?”.

Il momento è arrivato. È adesso.
Macchina ripulita, tagliando fatto, serbatoio così pieno di pensieri felici che potrei farci un ultra trail.
Il navigatore è acceso, dentro ci sono le mappe giuste (leggi: tabelle d’allenamento) per andare esattamente lì dove voglio arrivare, caricate da coach Rondelli e alimentate dall’allenamento con i Cityrunners.
Si ricomincia da quella linea di partenza sulla quale non avevo voluto arrendermi due anni fa. Due anni dopo, ancora lei: la Maratona di Milano.
Ci rivediamo il 12 aprile, io e lei.
Non poteva che andare così.