Ho una certa allergia verso chi crede ciecamente nei segni. Verso chi li cerca, li interpreta, li scruta anche (e soprattutto) dove non ci sono. Verso chi vuole vedere a tutti i costi un significato in un oroscopo, in un incontro, in una casualità, in una catena di eventi.

L’ho sempre vista come una forma di debolezza, un modo per demandare a qualcosa d’altro la responsabilità delle proprie scelte, per cercare un perché come se fosse un salvagente, quando invece la cosa più bella è nuotare, muovendo le braccia e le gambe nel mare che ci si è scelti.

Anche quando l’acqua è alta e sei da solo, laggiù.

Poi, dato che l’incoerenza è la virtù dei forti, ogni tanto ci casco anch’io. Perché è vero che è maledettamente, seducentemente, rassicurante pensare che, mettendo in fila tre indizi, sia possibile trovare una prova che ci riguardi. Una prova che ci inchiodi o che ci assolva, non importa. Alle volte, piuttosto che l’incertezza, meglio un verdetto, qualsiasi esso sia.

E allora ho messo in fila i miei tre indizi. Riguardano la corsa, ça va sans dire.

I miei tre indizi sono: Run 5.30, Color Run, Strongman Run.

Sono le ultime tre manifestazioni podistiche a cui ho partecipato. E, cascando nel dannato giochino della ricerca di un significato, scusate ma dicono molto. Il me stesso runner amatoriale sta mandando un segnale preciso e inequivocabile al me stesso uomo in generale. Gli sta dicendo che la vita, quella grande, quella che percorri senza le scarpette da corsa, non è fatta solo di imprese epiche.

Gli sta dicendo che c’è un tempo per le maratone e un tempo per rotolarsi nel fango e nel colore. Gli sta dicendo che un passo è sempre un passo, a prescindere dalla direzione, dritta o incerta, e dal ritmo, forsennato o disimpegnato, che decidi di dargli. Gli sta dicendo “Figlio mio, sii sincero, ora non hai la testa per sputare sangue in tre mesi di allenamento e scendere sotto quelle 3h30’ nella maratona che tanto sognavi. E allora sai che devi fare? Divertiti, gioca, corri all’alba sotto la pioggia, ingoia polvere fucsia, guada un fiume con addosso una parrucca gialla. Ritrovala come ti pare quella gioia di correre. Ma fallo”.

Perché, per come la vedo io, la corsa e la felicità hanno un rapporto strano. E’ un po’ quello che avviene nella batteria di una macchina. La batteria (la felicità) si ricarica andando (di corsa). Ma quando è a terra, non parte da sola. Per mettersi in moto ha bisogno di una scintilla (altra felicità). E allora, alle volte, il dilemma è come trovare quella scintilla di felicità che faccia partire la macchina della corsa che poi, andando, produrrà altra felicità, ricaricando la tua batteria.

Per rientrare in quel circolo virtuoso, devi inventarti qualcosa. Io ho deciso di collegare i miei cavi alla parte più ludica, più bizzarra, più allegra dell’essere runner. Se amate qualcosa, nel mio caso la corsa ma vale per qualsiasi cosa, ogni tanto fermatevi e ripartite da ciò che di essa vi divertiva di più. Spogliatela della fatica, dell’impegno, del senso del dovere, dell’ansia da prestazione e godetevela in maniera primitiva, animale, spontanea, destrutturata.

Succede poi che, facendo questo movimento a ritroso, ti imbarchi su un pullman con un gruppo di sconosciuti meravigliosi, che si chiamano Podisti da Marte, che ti accolgono e portano un sorriso contagioso ovunque decidano di piantare la loro bandiera itinerante.

Con loro ti ritrovi a correre la gara più folle della tua vita, la Strongman Run, 19 km di balle di fieno, fango, schiuma, pneumatici, reti, dossi, salite, piscine, attorniato da gente mascherata nei modi più assurdi (dieci a lode all’uomo vestito da Gabibbo che nuotava in una piscina melmosa con il costume morbidoso impregnato d’acqua, ad esempio), facendo linguacce al pubblico (meraviglioso) di Rovereto e tornando a casa spossato, stralunato e felice.

Perché tornare alle radici profonde di ciò che vi piace, nel mio caso la corsa, ha questo senso qui.

Lo fai perchè il motivo per cui l’amavi è lì in fondo, lì dietro. Perché ti faceva ridere.
Perché ti rendeva felice.
Non è poco.