Succede così.

Che ti è sempre piaciuto scrivere, molto più che parlare.

Il che è un problema, perché se hai i tempi della scrittura e li applichi quando parli, metti talmente tante virgole virtuali che la gente finisce che si annoia ad ascoltarti. E al terzo inciso, che piazzi per descrivere dettagliatamente quello che vuoi esprimere, va ad ordinare da bere o inizia a fingere di controllare il cellulare.

E’ frustrante.

Allora scrivi.

E di che scrivi?

Ti dicono che è meglio, è più sincero, è più efficace scrivere di qualcosa che sai. Di qualcosa che vivi. Di qualcosa di cui hai un’esperienza diretta e intensa.

 

Nel frattempo cominci a correre. La corsa è un attività che ti lascia tantissimo, maledettissimo, tempo per pensare. Soprattutto se lasci a casa cellulare, lettore mp3, amici e te ne vai da solo per strade che, alla terza volta, conosci a memoria.

E torni dalla corsa portandoti a casa tre cose: una gran sete, puzza di sudore e una certa insopprimibile voglia di raccontare quell’esperienza e quei pensieri.

 

A questo punto manca tanto così.

Ti piace scrivere. Ti piace correre. Scrivere è un modo di incanalare i pensieri. Correre è un generatore di pensieri.

Quindi? Quindi Dio creò i blog.

I blog sono una specie di cacofonia mediatica. I blog sono (pericolosamente) democratici, chiunque può averne uno. I blog, insieme a Twitter, sono il miglior surrogato economico dello psicanalista. Sono molto meglio di uno psicanalista, anzi: sono gratis e ti permettono di dire quello che vuoi, come vuoi, senza guardare negli occhi nessuno.

E qualche personaggio che ti risponda e ti faccia da contraltare lo trovi sempre, senza dovergli scucire qualche decina di euro all’ora.

 

Allora lo apri, questo blog sulla corsa. Suona come la soluzione perfetta.

Poi scopri che qualcuno ti legge. Wow.

E sono anche un discreto numero: gente che corre come te, gente che vorrebbe iniziare, gente inchiodata al divano, ma che trova affascinanti questi curiosi personaggi che escono in brachette anche quando diluvia, gente che non ha niente da fare in ufficio (un pubblico cui sono particolarmente affezionato).

 

Una volta che il blog prende piede, devi iniziare a porti il problema di quale sia la categoria di blogger a cui vuoi appartenere. Il bivio è questo: a destra il blogger che ambisce, segretamente o meno, a diventare guru. Guru di chi e di quanti non è dato sapere, ma poco importa: il blogger guru vuole creare una tribù di persone, dai contorni vaghi, ma cool, che sia estremamente interessata a come veste, si comporta, pensa, legge e mangia. Vanità canaglia.

A sinistra il blogger che si diverte, che è ovviamente lusingato dall’avere i suoi 25 o più lettori di manzoniano benchmark, ma che è sostanzialmente consapevole di esprimere la propria personalissima ed ironica opinione, senza ambire a dettare legge nel campo in cui ha deciso di cimentarsi.

 

Ecco, io ho deciso di stare a sinistra ed ho avuto, fin dall’inizio, una terribile idiosincrasia per le reazioni prive di senso dell’umorismo ai miei post e, soprattutto, una fottutissima paura di essere preso sul serio.

Cioè, io credo nella corsa. E’ una parte indispensabile della mia vita. Ma è, appunto, la mia di vita. Imperfetta, incoerente, poco dogmatica ed esposta alle avversità e ai capricci. Parlo della corsa come la vivo io. Non sto spiegando al mondo come dovrebbe viversela.

Ma vallo a spiegare ad alcuni di quelli che ti leggono.

 

Poi arriva chi prende sul serio quello che scrivi, ma lo fa in un modo che ti gratifica. Perché apprezza il tuo taglio ironico e (assai) poco classicamente divulgativo, ma al contempo lo ritiene utile per veicolare un messaggio.

Nel mio caso è arrivata Adidas e mi ha detto:

Stiamo creando una community di runners, scelti tra influencer in vari campi per allenarli in vista della partecipazione alla staffetta della Milano City Marathon

Influencer? Vi ringrazio ma quest’anno miracolosamente niente influencer, per ora solo qualche raffreddore che però non mi hai impedito di correre. Se però vi fa piacere, partecipo lo stesso

 

E così mi hanno spiegato che, dicendo di sì, ero diventato un #cityrunners, con tanto di hashtag.

 

Non ero mai stato un hashtag.

Se non bastasse già quello a gratificare il mio ego, mi hanno pure preso, portato a Monza in sede da loro, misurato, pesato, fornito di scarpe Supernova Glide 6, messo a disposizione quattro trainer, un mental coach e una nutrizionista, rifilato una tabella ad hoc e offerto pure il pranzo.

 

Ora, per far parte del programma devo semplicemente fare quello che amo: correre

E la seconda cosa che amo: scriverne.

Meraviglia.

 

(ma non dite a loro che l’avrei fatto comunque, altrimenti si riprendono le scarpe)

 

Se volete continuare a seguire le mie avventure da #cityrunner, mi trovate su questo blog e su Twitter (@cgirola).

Se volete visitare il sito ufficiale della community (con tabelle e consigli disponibili per tutti), cliccate qui.