Per vedere una partita decente, ormai bisogna guardare oltre frontiera. Che quaggiù domina la noia. Ma anche in terra iberica non è tutto oro quel che luccica. Forse proprio perché luccica troppo…

INTERISMI

di Max Multatuli

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La partita di domenica dell’Inter sembra uno sceneggiato di bassa lega. Insomma, qualcosa partorito dalle menti di un banale juventino.

Da che gira il mondo, Inter-Atalanta finisce col pareggio o con la vittoria dell’Atalanta. Qualsiasi sia la condizione delle due squadre.

Traversoni sbilenchi, passaggi sghembi, cross strambi. Non importa come, un attaccante dell’Atalanta prenderà il pallone e lo butterà dentro.

L’Inter, dal canto suo, potrà tirare verso la porta bergamasca millanta volte. Sempre pali prenderà. Quattro questa volta, per le statistiche.

E allora perché la si continua a giocare? Non sarebbe meglio passare in altro modo le domeniche? Dare per scontato che con l’Atalanta in casa non si combinerà mai nulla e, chessò portare i ragazzi a vedere il museo del Novecento che almeno imparano qualche cosa?

Con questi dilemmi vi lascio in un lunedì uggioso. Uggioso come le mie palle dopo Inter-Atalanta.

 

MILANISMI

di Marta Baudo

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La settimana più lunga di questo nuovo corso rossonera porta un misero punticino: “Mas que nada”.

Bottino ottenuto da minimo sindacale. Un Milan ancora latitante sul piano del gioco e sceso in campo timido, impaurito, vaga a tentoni senza creare gioco, ammorbando a lungo il pubblico. Solo i veri tifosi non si fanno un pisolino, abbioccati fino al 90esimo!

Spirito in campo c’era, ma oltre a quello poco altro. Mettere insieme i cocci del vaso rossonero frantumato, non è impresa possibile dall’oggi al domani, soprattutto dopo aver toccato il fondo.

La squadra gioca un calcio impacciato e dubbioso, provando solo lanci lunghi, immaginando di avere Ibra in campo. Lapsus freudiano dei giocatori…

A questa squadra per il futuro prossimo, manca, come per i carcerati il pane, qualcuno che crei gioco, che inventi. Azioni e tiri in porta scarseggiano su entrambi i fronti: la Lazio è “buona” solo a picchiare e falciare gli avversari. Novità? Per niente: sono degli habitué i bianco azzurri. A che pro? L’arbitro li lascia fare, senza scomporsi.

Kakà, uomo ovunque, è un vero capitano. Si trascina la squadra sulle spalle come un padre con i figli piccoli. È lui a timbrare il cartellino nel “suo” stadio dando una scossa ai compagni: all’Olimpico si sente a casa. Un vero leader in campo e fuori. Se non ci fosse bisognerebbe inventarti. Se tutta la squadra prendesse il suo esempio il mio Milan navigherebbe in acque meno Hondose. Honda continua la favola del corpo estraneo.

Tolto un giallo, dentro un nero è una buona mossa. Ma non è week end se il Milan non si complica la vita subendo un gol… Smettere con questo brutto vizio sarà possibile nella nuova era rossonera? Da settembre we hope.

Pali: mi mancavano. Rieccone uno, fresco. 1 a 1 e portiamo a casa un brodino a inizio primavera!

Guarire il Milan malato non è così scontato: intervento chirurgico obbligatorio a breve.

Lazio-Milan fa affiorare alla mente i ricordi del passato con il gol a volo d’angelo di Ambro, ora prossimo avversario a Firenze… che tristezza evocare il Milan vincente, lontanissimo parente di quello attuale.

Obiettivi persi da tempo, ritroviamo una misera identità per il finale di campionato.

Povero Milan. Forza diavolo

 

JUVENTISMI

di Edoardo Pavesi

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Se quello di settimana scorsa era un pezzo molto semplice da scrivere, quello di questa domenica è invece particolarmente complicato.

Settimana scorsa avevamo sofferto col Genoa, parato un rigore con Buffon e vinto all’ultimo minuto con una punizione di Pirlo. Argomenti ce n’erano insomma…

Oggi no.

Oggi al di là di raccontarvi di una vittoria per 0-1 in trasferta con un Catania ormai con un piede in serie B, quasi fosse un Torino qualsiasi per intenderci, non ho molto da dire. Anche che abbia segnato Carlitos non è né una novità né una notizia.

È che siamo veramente fortissimi, siamo nettamente la squadra migliore di tutte e non perdiamo occasione ogni settimana di dimostrarlo, come a volerlo ricordare un po’ a tutti. Metti infatti che dopo 3 anni ancora non fosse chiaro a qualcuno…

Miglior attacco, migliore difesa, capocannoniere del campionato, adesso che abbiamo comprato Osvaldo anche giocatore più bello della serie A, tutto noi, solo noi, sempre noi. Cosa volete che aggiunga io?

Non so quanto manchi alla vittoria matematica di questo strameritato campionato, immagino molto poco ormai, e non vedo l’ora: non tanto per festeggiare l’ennesimo trionfo, ma per vedere cosa si inventeranno gli sconfitti e gli anti juventini questa volta. Sono davvero curioso di vedere quale attacco si riuscirà a fare a questa squadra oppure se chissà, per una volta, una sola, anche i detrattori saranno abbastanza onesti intellettualmente da ammettere la sconfitta e inchinarsi ai vincitori, i meritati vincitori.

Francamente ne dubito, ma aspettate ancora due/tre settimane e ve lo saprò dire…

 

GRANATISMI

di Cristiano Girola

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Ieri sera si giocava il Clasico, Real-Barcellona, contemporaneamente ai due posticipi italiani che vedevano in campo Milan e Juve. E si è verificata una cosa curiosa: a parte quei pochi scappati di casa costretti a tifare per quelle due squadre lì (tipo i signori che scrivono qui sopra), l’intero mondo dei calciofili era sintonizzato sulla partita di Spagna. Su Twitter si parlava solo di quella e su Facebook la tendenza era più o meno la stessa.

Qui si potrebbero aprire almeno due parentesi potenzialmente infinite e, anche, noiosamente banali: l’una sulla pochezza e la noia del campionato italiano e l’altra sulla potenza di fuoco spettacolare che pulsava al Bernabeu e che, oggettivamente, faceva sì che ad oggi il Clasico sia indubbiamente la partita più godereccia da gustarsi sdraiati sul divano con una birra in mano, al di là dei demeriti del nostro calcio.

Io l’ho guardato, il Clasico. Un po’ perché la mia giornata calcistica era già finita sabato alle 20, con un inequivocabile 3-1 del Toro su Livorno e il triplice orgasmo regalatomi dal capocannoniere Ciro Immobile. E un po’ per la simpatia che mi lega da sempre alle due squadre a righe biancorossonere, che meno le vedo e meglio sto.

Quindi vi racconterò cosa ne penso io del Clasico. Trattasi oggettivamente di roba di altissimo livello, una gioia per gli occhi, una partita senza un secondo per rifiatare, uno spettacolo alimentato da supereroi in brachette corte che sembrano giocare un altro sport, rispetto a quello dei miei piccoli eroi in maglia granata.

Però ecco, il punto è questo: è un altro sport.

Partite come quelli di ieri sera a Madrid mi lasciano lo stesso godimento visivo ma anche lo stesso sapore insipido al palato che provo davanti, per esempio, ad una partita di NBA.

Non riesco a innamorarmene. E’ tutto troppo scintillante, troppo perfetto, troppo patinato. E’ una vetrina per fenomeni, è spettacolo più che calcio.

C’è un totale disinteresse per almeno la metà delle regole del calcio, che sono quelle che concernono la fase difensiva. Che sarà pure la parte più noiosa del calcio, ma è calcio, è parte imprescindibile di esso anche il sudore, la tattica, l’arroccarsi. In quelle partite, di difendere, non gliene frega niente a nessuno. Come nell’NBA, appunto, è tutto uno sfoggio di azioni d’attacco fenomenali, testimoniate dai punteggi stellari che alla fine appaiono sul tabellino.

E quindi sì, insomma, il Clasico di ieri sera è stato come andare a letto con una donna bellissima, ma di cui non potrai mai innamorarti.

Che schifo non fa è, avercene di serate così. Ma la mia serata a lume di candela e tovaglie di carta con il Toro nella trattoria livornese di sabato sera è stata un’altra cosa. Un altro amore.