Noi runners andiamo a piedi.

E’ un po’ il nostro presupposto ontologico, diciamo.

Siamo lo Slow Food  del muoversi urbano. Ostentiamo l’attaccamento a qualcosa di anacronistico, improduttivo, lento, come è l’uso dei piedi, difronte all’efficienza e all’arroganza del muoversi motorizzato.

Quello che si può fare in venti minuti, parcheggio compreso, noi ce lo centelliniamo in un’ora.

Per noi il destro e il sinistro sono piedi da mettere uno davanti all’altro, non roba da costringere al movimento orizzontale freno-frizione.

Non abbiamo ztl, sensi di marcia, incolonnamenti, partenze intelligenti. Ci tamponiamo raramente.

Facciamo il pieno alle fontanelle e ci costa molto meno persino del gpl.

Siamo il motore di noi stessi, la batteria di noi stessi, cambiamo marcia da soli. Siamo la musica, il riscaldamento e l’accelerazione.

Non abbiamo un parabrezza, la pioggia ci piace prenderla in faccia e mischiarla al sudore.

Non abbiamo spie che ci avvisano, solo fitte di dolore.

Non abbiamo un manuale di istruzioni, ci conosciamo alla perfezione da quella prima volta in cui abbiamo smesso di gattonare e, con la prima corsa goffa siamo inciampati in un tappeto e caduti giù di faccia, con nostra madre che accorreva spaventata a farci smettere di piangere (abbiamo insegnato a correre anche a lei, quel giorno).

Facciamo la manutenzione a piatti di pastasciutta e solenni dormite.

Se portiamo qualcuno con noi, non corriamo il rischio che quello si addormenti sul sedile del passeggero, lasciandoci da soli: condivide la nostra fatica, si suda il suo starci accanto.

Cambiamo carrozzeria quando ci pare, sfoggiamo eleganti tenute nere come imbarazzanti miscellanee fluo.

Il nostro contachilometri non ci fissa imperterrito, scandendo il nostro andare. Possiamo decidere di lasciarlo a casa quando ci pare, essere arbitri delle nostre distanze e decidere che cinque chilometri quel giorno sono molto più lunghi e faticosi degli stessi fatti l’altro ieri.

La strada la scegliamo noi, non il navigatore.

Andiamo contromano, andiamo controcorrente, ma non andiamo mai contro un muro.

Non abbiamo specchietti retrovisori, perché il dietro non esiste.

Vi guardiamo con lo stesso sguardo, solidale e sprezzante allo stesso tempo, con cui un leone di savana guarderebbe quello dello zoo.

Noi liberi, voi in gabbia.