Per capire esattamente cosa possa significare per un tifoso qualsiasi di basket l’infortunio – crociato andato, tra i sei ed i sette mesi di stop senza complicazioni – di Gallinari bisogna fermarsi un attimo a guardare agli ultimi dieci anni – facciamo nove, dai – della Nazionale. Dopo l’argento clamoroso alle olimpiadi di Atene 2004 si è oscillati tra prestazioni vergognose e sconfitte onorevoli. Molte più le prime delle seconde, ad essere onesti. Vittorie nemmeno per sbaglio, pagando senza il minimo sconto alla cassa il vuoto allucinante di talento per i giocatori nati tra il ’76 e l’82, Bulleri, Mordente e Carraretto sono stati gli unici di quegli anni ad aver tirato fuori qualcosa di buono con la maglia azzurra, per dire. Poi dalle serrande abbassate si è incominciata ad intravedere una piccola parvenza di luce. Perchè il talento ha cominciato a crescere in maniera esponenziale, prima con Bargnani e Belinelli, poi con Gallinari ed infine con l’esplosione – finalmente – di Datome, la crescita graduale ma costante di Hackett e la solidità di mestieranti come Gigli e Cusin, tra gli altri. Il problema semmai è che quei tre giocatorini NBA che rispondono ai nomi di Belinelli, Bargnani e Gallinari sani ed insieme non li si è avuti praticamente mai, e quindi i risultati non sono mai arrivati di conseguenza. Fino all’anno scorso, quando una squadra pur orfana dei primi due, ma con un Gallo perfettamente integrato ed un Datome sorprendentemente leader, ha dato spettacolo dominando le qualificazioni agli Europei di quest’anno, quindi estate 2013.

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Ecco, qui volevo arrivare. Qualificazioni degli Europei. L’ultima bella figura risaliva al 2004. Olimpiadi. Spero non siano necessarie altre righe per farvi capire che brutti quarti d’ora abbiamo passato in questi anni, per passare da un argento alle Olimpiadi all’esaltarci per una qualificazione ad un europeo, battagliando con corazzate come il Portogallo o la Bielorussia. Ecco.

Quest’anno però doveva essere tutto diverso. Perchè quanto di buono visto l’anno prima non poteva che migliorare, per una serie di motivi. Innanzitutto, tutti i giocatori sono in quella fase della carriera in cui un anno in più di esperienza può essere solamente un fattore positivo e non una scusa per lamentarsi della vecchiaia che avanza. Perchè la rosa si sarebbe arricchita di ragazzini in rampa di lancio come Melli, Polonara e soprattutto Alessandro Gentile. Perchè per esempio sia Belinelli che Gallinari venivano dalla miglior stagione in NBA della propria carriera, tralasciando volentieri il fatto che Bargnani invece è caduto in una fase involutiva che sta raggiungendo livelli preoccupanti. Infine, soprattutto perchè ormai pare scontata la naturalizzazione di Travis Diener, per distacco abissale il miglior playmaker della Serie A attuale – americani compresi – casualmente proprio il ruolo in cui la Nazionale ha sempre avuto una voragine a tratti imbarazzante.

Insomma, qualcuno lì in alto aveva predisposto tutto alla perfezione per la rinascita della Nazionale. Più o meno. Perchè ai problemi fisici di Bargnani che ormai sono diventati parte della quotidianità, è arrivato prima il “ni” di Belinelli, che sostanzialmente ha dichiarato che finchè non finisce la stagione con Chicago non penserà alla Nazionale, dichiarazione peraltro che gli è valsa una quantità di insulti spropositata e clamorosamente immeritata, visto che parliamo di un giocatore di 27 anni che con queste ultime partite e con quello che sceglierà di fare quest’estate stabilirà l’andamento della sua futura carriera professionistica. E poi, ovviamente, è arrivato il crociato del Gallo. Che per caratteristiche tecniche, talento e carisma era l’uomo copertina perfetto per questa squadra. Il leader ideale, sia per peso umano sia per tasso tecnico. Ruolo che ricoprirà senza alcun problema Datome, ha già dimostrato di poterlo fare a Roma quanto in azzurro e di farlo dannatamente bene, ma insomma, non è propriola stessa cosa.

Non è la stessa cosa perchè un conto è poter fare a meno di uno dei tre NBA, perfino di due si poteva provare a fare a meno, ma puntare in alto giocando senza tutti e tre diventa grigia pure in un contesto tecnico e di talento migliorato moltissimo negli ultimi anni. Perfino con Diener a servirla divinamente ai compagni, uno che sarebbe capace di rendere un ragioniere di un metro e sessanta un giocatore di basket presentabile. Perfino pensando che il talento che gente come Datome, Aradori – che però con Pianigiani non è che ci esca la sera a bere una birra e farsi due risate – e Gentile si porta appresso riesca a sopperire ad altre mancanze del roster.

La situazione in realtà è meno tragica di quel che si possa pensare: il solo fatto che anche senza i tre NBA l’Italia possa schierare una nazionale non competitiva ma quantomeno presentabile è di per sé una notizia, dopo anni in cui bastava l’assenza di un solo giocatore per far saltare tutto. Nonostante tutto, dando per scontata la presenza di Diener, ci sono giocatori di qualità in ogni ruolo: Diener ed Hackett per caratteristiche – uno che va di fioretto e l’altro di mazza ferrata – sono teoricamente perfetti per giocare uno di fianco all’altro, con il primo che potrà concentrarsi sulla fase di organizzazione di gioco, sapendo che a difendere come un pazzo ci penserà l’altro. Aradori e Gentile sono i due esterni con talento offensivo necessari a far riposare di tanto in tanto Datome, che palloni nella metà campo avversaria ne avrà parecchi. Senza il Gallo e Bargnani non si può pretendere qualità tra i lunghi ma perlomeno c’è quantità: Gigli, Cusin, Polonara e Melli qualcosa di buono a turno lo possono tirare fuori, pur sapendo che a livello di talento o di inesperienza o soprattutto di fisico pagheranno contro le frontline di nazioni più attrezzate e fisiche. Si tratta, opinione personale, della miglior nazionale degli ultimi anni, anche senza quei tre. Questo non significa pensare che sia competitiva ad alti livelli, ma visto da dove veniamo conviene fare gli ottimisti.

Questo sostanzialmente significa l’infortunio di Gallinari: dopo nove anni di frustrazioni e soddisfazioni leggere come il vento ci siamo cullati all’idea che il 2013 fosse l’anno buono, che finalmente si potesse pensare ad una nazionale che puntasse a qualcosa più in alto di un piazzamento onorevole. Se tutto va come deve andare ci sarà comunque modo per sentirsi un po’ orgogliosi di un movimento che anche senza quei tre è tornato a potersi guardare allo specchio senza vergognarsi. Però qualche piccola, legittima ambizione tocca rimetterla nel cassetto in attesa di tempi migliori.

Nel frattempo, imbocca al lupo al Gallo. Che se non sarà quest’anno sarà il prossimo. Tanto noi siamo sempre qui, non andiamo da nessuna parte.