Questo è il giorno in cui riconoscere un appassionato NBA non diventa facile, bensì facilissimo. Basta guardarlo in faccia: se ha due borse sotto gli occhi che protestano perché vogliono diventare comune indipendente, avete di fronte uno di loro. La scorsa notte si è giocata Gara 7 di Finale NBA, tra Miami e San Antonio. Parlare di chi ha vinto (Miami) e di chi ha perso (San Antonio) mi interessa relativamente, più che altro è interessante far capire a chi questo mondo lo conosce appena cosa vuol dire avere la fissa per la NBA. Che è un po’ come l’influenza. Solo molto più contagioso, ed attualmente non esiste cura conosciuta.

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Normalmente esistono tre stadi della malattia.

Il primo, il più lieve, porta le persone ad informarsi quasi esclusivamente tramite internet, a partite già disputate. Sapendo che normalmente gli orari sono proibitivi (una partita che inizia a mezzanotte ora italiana, quindi alle sei di pomeriggio ora della costa est americana, è considerata una botta di culo da raccontare ai nipoti) e che di giorno uno ha da fare cose e vedere persone, rinuncia alle dirette e si gusta gli highlights il giorno successivo.

Il secondo stadio invece è quello delle persone che a parte rarissimi casi non si sprecano per una diretta, ma allo stesso tempo pretendono di vedersi le partite intere senza conoscere il risultato fino alla sera del giorno successivo, quando avrà recuperato, nei modi più disparati, il video della partita. Capirete anche voi che nell’era di internet, dei social network, degli amici che ti mandano gli sms alle otto di mattina con scritto “oh hai visto la partita di stanotte? Non ti anticipo nulla, ma ha vinto la squadra di Tizio con canestro allo scadere di Caio. Fantastica! Ah, nel Sesto Senso Bruce Willis è un morto”, la cosa diventa abbastanza complicata. Ma se hai raggiunto lo stadio numero due non ti fai spaventare da certi dettagli. Che tu sia studente o lavoratore chiudi qualsiasi contatto con il mondo esterno, non leggi sms, non apri internet e se ti obbligano ad usarlo per lavoro ti inventi scuse del tipo “oggi è il giorno della riscoperta del passato, solo macchine da scrivere, pallottolieri e piccioni viaggiatori imbottiti di crack”. Di solito solo il 30% dei tentativi di rimanere a secco di informazioni va a buon segno, ma in quei casi la soddisfazione di aver sovvertito il sistema è altissima.

Il terzo stadio, ed il più grave, invece è quello in cui il paziente non riesce a sopportare l’idea di perdersi una partita in diretta. Non ha l

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a minima importanza che il giorno dopo debba alzarsi alle sette di mattina per lavorare/studiare/salvare il mondo e che per fare molte di queste cose (soprattutto salvare il mondo, che di solito è di giovedì) debba avere anche la faccia di uno che sa quello che dice o che fa e non lo sguardo di uno prossimo alla morte cerebrale. Dicevo non ha la minima importanza, quindi finisce per dormire, nel migliore dei casi, un paio d’ore, giusto perché Bobcats-Pistons non poteva perdersela per nessun motivo al mondo.

Ecco, questi sono i gradi della malattia durante l’anno. Se si parla di una Gara 7 di Finale NBA, tutto è portato all’eccesso. Quelli al secondo stadio passano direttamente al terzo, quelli del primo si dividono tra il secondo ed il terzo. Quelli del terzo, beh, esistono le pompe funebri anche per casi come questi.

Dicevamo, Gara 7 si è giocata questa notte. E’ cominciata alle tre, è finita alle sei in punto. Già, perché gli americani non è che fanno come le persone normali che una partita la fanno durare grossomodo un’ora e mezza. No, questi durante i time out fanno vedere Titanic versione integrale con gli uncut dedicati al mercato belga, con il finale alternativo in cui Di Caprio sbatte in acqua Kate Winslet e si salva alla faccia sua, conduce una vita di successo, inventa google e si sposa una ricca ereditiera.

“Ma sei scemo?” è la domanda più educata che una persona con un minimo di coscienza civile dovrebbe porre ad ognuno di noi. La risposta, altrettanto educata, dovrebbe essere: “assolutamente sì. Però l’emozione di vedere Tim Duncan quasi dominare una partita a trentasette anni e disperarsi, lui che normalmente ha un’espressione sola, indipendentemente dal fatto che si sposi o che gli brucino la casa, per un canestro praticamente già fatto, a pochi secondi dalla fine, è struggente ed impagabile al tempo stesso. Come è impagabile assistere in diretta ad uno dei più grandi domini di un solo giocatore su una partita, una squadra, una stagione intera, che si siano mai visti a qualsiasi latitudine, in qualsiasi sport. E tra vent’anni non ci ricorderemo di aver passato una giornata giusto un po’ più assonnati del solito, ci ricorderemo di aver visto LeBron scherzare qualsiasi legge conosciuta”.

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