Poco meno di un anno fa ci eravamo lasciati subito dopo una partita (persa) che mi aveva portato a scrivere il “pezzo più difficile” della mia – breve – carriera di blogger.

Beh, il pezzo di oggi è tremendamente più difficile, perché oggi è morto Johan Cruijff.

Chi scrive infatti, e non credo di essere proprio l’unico, ha iniziato a giocare a calcio su dei campetti liguri che vi lascio solo immaginare con una maglia bianca e rossa, comprata credo intorno al 1988 o giù di lì per cinque mila lire al mercato, e mi fermo per non rischiare di plagiare Branduardi. Ce l’ho ancora quella maglia, l’unica non originale nella mia personale collezione di oltre 60 maglie, perché forse proprio quella è la più vera di tutte: del resto a 7  anni “ogni oggetto era un simbolo ed una promessa di cose incredibili”.

Puoi anche non amarlo, il calcio. Ma credo che nessuno possa negare l’esistenza di figure elette in qualsiasi campo, uomini e donne che rientrano in uno status di superiore a prescindere, miti, leggende viventi, o viventi fino a ieri. Johan Cruijff rientra di diritto in questa categoria, in quanto artista unico nel suo mondo, vera incarnazione di una generazione rivoluzionaria, almeno negli intenti, che non poteva essere rappresentata da quel Best di cui si ricorda una carriera troppo breve e un profondo senso di autodistruzione.

Johan Cruijff ha indossato per tutta la sua carriera olandese, sia all’Ajax che in nazionale, la maglia numero 14 in un’epoca in cui il numero 14 semplicemente non esisteva: si andava da 1 a 11, fine, gli altri stavano in panchina, ma lui, fidatevi, in panchina non ci stava mai. Fumava, sempre, anche durante gli allenamenti, e nel meraviglioso documentario di un altro totem come Sandro Ciotti – il Profeta del gol – lo si vede molto spesso sbuffare una nuvola di fumo (fumo che chiunque di noi abbia avuto un’adolescenza normale non farà fatica a notare come fosse denso, troppo denso per essere di una sigaretta di solo tabacco). Siamo in Olanda, signori, alla fine degli anni ’70, ok?. Con quella macchina perfetta che sarà l’arancia meccanica dei mondiali del ’74 e del ’78, in ritiro ci andavano anche le mogli, perché Johan diceva che per giocare in quel modo doveva fare l’amore almeno una volta al giorno. Saremo anche in Olanda, signori, ma siamo sempre negli anni ’70!

Ma la vera rivoluzione Cruijff la compì in campo: se Rinus Michels è infatti considerato, a buon diritto, l’inventore del calcio moderno, lui ne fu la massima espressione sul manto erboso. Non penso ci siano parole per descrivere il suo modo di giocare, sicuramente non ne ho io; non aveva neanche un ruolo, Cruijff, lui giocava semplicemente a pallone.

Dopo di lui, forse, ce ne sono stati anche di più grandi, Maradona ad esempio, ma nessuno come lui è stato pietra angolare: il calcio prima di lui era quella cosa in bianco e nero che vi sarà capitato di vedere in qualche filmato dell’Istituto Luce, da quando ha iniziato a giocare lui hanno deciso di produrre televisioni a colori. E le influenze che ha lasciato, anche come allenatore, oggi sono infinite, a detta dello stesso Guardiola che ha spiegato meglio di chiunque altro come il Barcellona attuale sia figlio quanto mai legittimo di quel signore allampanato che ha fatto della Catalogna la sua seconda patria. Per quantificarlo ancora meglio basti pensare che è a lui che si deve il sistema della “cantera” di cui oggi tanto ci si riempie la bocca in molti salotti e in molti bar…

Johan Cruijff era anche uno stronzo. O meglio, era antipatico per lo stesso motivo per cui oggi risulta antipatico Mourinho: era orgogliosamente e sfacciatamente e volutamente pieno di sé. Non penso si reputasse meglio degli altri (a differenza di Mourinho), ma diverso si: appartenente a un circolo ristretto, una élite, qualunque essa fosse, ecco, quello si. Schivo, secco nelle risposte, tranchant a volte, senza peli sulla lingua, diretto senza mai essere offensivo, professionale e metodico, borioso, mai strafottente, ma profondamente buono. Oggi lo hanno salutato praticamente tutti gli attori di uno sport che senza di lui non sarebbe come lo conosciamo oggi, ma anche i tifosi di qualunque squadra in qualunque parte del mondo gli hanno dedicato un pensiero, lo hanno omaggiato in qualche modo. Quello che avrebbe preferito lui, ne sono sicuro, sarebbe stato quello di mostrare ancora una volta le sue gesta, prima che il suo cuore iniziasse ad avere scricchiolii sinistri e prima che un tumore infame – ai polmoni, ovviamente, scrivo mentre mi accendo un’altra sigaretta come lui in qualunque sua immagine dal termine dell’attività agonistica – se lo portasse via così, lasciandoti stordito come un qualunque terzino, preferibilmente terzino destro, dopo essere stato saltato senza aver ancora capito come…

…e allora, per favore, rendetegli omaggio così, guardando questo, dove al minuto 1:33 c’è il ricordo che porterò di Johann.

Ciao Johann,
e grazie di tutto.