Vincere e dire addio. Le due settimane più pazze e indimenticabili del tennis italiano si sono concluse con il doppio botto: il successo di Flavia Pennetta agli US Open e il pressoché immediato annuncio del suo addio a fine stagione. Tra fine agosto e inizio settembre a New York è successo veramente di tutto per i colori italiani nella Big Apple: dalla vittoria di Fabio Fognini su Rafael Nadal rimontando due set di svantaggio fino all’epica finale tra Pennetta e Roberta Vinci, la prima tutta italiana in uno slam. Finale alla quale Flavia e Roberta erano arrivate in modo diverso. Con un crescendo rossiniano la brindisina, ovvero con i successi su Samantha Stosur, Petra Kvitova e la numero due al mondo Simona Halep. Sottotraccia con acuto epico la tarantina, giunta in semifinale senza incontrare nessuna giocatrice tra le prime trenta al mondo per poi fare fuori la numero uno, Serena Williams, lanciata alla caccia del Grande Slam.

La finale in sé, come prevedibile, non è stata eccelsa, frutto più di una guerra di nervi, di testa e lucidità prima ancora che di tecnica. Alla fine ha prevalso la tennista che è riuscita a essere più continua e meno fallosa, ovvero Flavia che, dopo aver conquistato il primo set al tie-break, ha acquisito fiducia, certezze e scioltezza nei colpi fino a dominare il secondo per 6-2. Riservando infine la chicca alla premiazione, quando ha annunciato il ritiro a fine stagione.

Nell’epicità del momento (con tanto di varie e ammiccanti autorità in tribuna, in primis Matteo Renzi), vorrei cogliere l’occasione propizia per portare l’attenzione su tre temi. Innanzitutto sottolineare i meriti di Flavia, che ha raggiunto l’apice della sua carriera dopo aver vissuto momenti difficili, come l’operazione al polso che l’ha portata sull’orlo del ritiro qualche tempo fa. Forse non abbiamo capito fino in fondo la sua grandezza fino al successo degli US Open. Sì, perché tra la vittoria di Francesca Schiavone al Roland Garros nel 2010 e i trionfi negli Slam della coppia Sara Errani e Roberta Vinci, qualcuno si era un po’ dimenticato cosa aveva fatto Flavia per il tennis italiano: prima azzurra a entrare nella top ten e la prima ad arrivare al numero uno in classifica, seppure nel doppio, dopo aver vinto gli Australian Open con Gisela Dulko nel 2011, per un totale di undici titoli di singolare (tra cui anche quello prestigioso di Indian Wells) e 17 di doppio.

Il ritiro di Flavia ci porta poi a pensare all’avvicinarsi della fine di una generazione che negli ultimi dieci anni ci ha portato anche quattro vittorie e una finale in Federation Cup, la Coppa Davis femminile. Flavia ha annunciato il ritiro a 33 anni, Roberta Vinci ne ha 32 e Francesca Schiavone ne ha 35 e probabilmente lascerà dopo il prossimo Roland Garos 2016, quando avrà stabilito il record di 63 Slam consecutivi. Toccherà così alla 27enne Sara Errani,la più giovane della squadra storica di Fed Cup, raccogliere il testimone di questo splendido gruppo insieme alla coetanea Karin Knapp, che ha finalmente superato i suoi tanti guai fisici, e alla 24enne Camila Giorgi, attesa a un definito salto di qualità.

Il terzo punto che vorrei evidenziare, senza polemica ma in modo oggettivo, è la tradizionale quanto grottesca corsa italiana a saltare sul carro del vincitore: dal primo ministro Matteo Renzi, al presidente del Coni Giovanni Malagò fino al presidente dell’Italtennis Angelo Binaghi, erano tutti belli sorridenti sulle tribune di Flushing Meadows ma, a dirla tutta, non è che abbiano troppi meriti nel trionfo della Pennetta. Detto che è innegabile un ruolo della Federazione e del Coni nello tennis e nello sport italiano, vorrei ricordare che Flavia – come il suo partner Fabio Fognini, come Sara Errani e come in certi momenti anche Francesca Schiavone – ha dato una svolta alla propria carriera trasferendosi all’estero, in Spagna, allenata prima da Gabriel Urpi e poi da Salvador Navarro, e non propriamente mettendosi nelle mani della Federtennis. Dove, intendiamoci, non mancano i coach bravi ma dove forse, nel più sano stile italico, ci si deve confrontare quotidianamente con un sistema enorme e centralizzato anziché aiutare, valorizzare e coordinare i singoli team privati e le Accademie ‘autonome’, proprio come accade invece in Spagna, una Nazione che al momento ha ben 13 tennisti tra i primi cento. Perché Flavia non s’è ancora ritirata e già ne sentiamo la mancanza. E di ‘Pennette’ ne vorremmo tante, tante altre…