Su queste pagine si giocano ogni settimana partite di amori contrapposti, contrastati, sofferti, orgogliosi, malconci e malinconici.

Oggi invece è giorno di amore romantico, pure al Bar Sport di Paper Project.

INTERISMI

di Max Multatuli

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Cercando di provocarmi, Dodo ieri m’ha chiesto se Facchetti era il mio amore di giocatore.

Facchetti l’ho conosciuto come dirigente di una squadra onesta, l’Inter, ostacolata da una banda di disonesti che dirigeva la Juventus. Non ho avuto la fortuna di vederlo giocare quindi no, Dodo, non è Facchetti il mio amore di giocatore.

Non è neanche Zanetti, che purtroppo, secondo me, ha perso l’occasione di diventare grande saggio della Squadra per battere non si capisce bene quale record di longevità calcistica.

Non è Milito, che ha appeso le scarpe al chiodo dopo il triplete, senza dimenticare di incassare l’assegno ogni fine mese.

Non è Ronaldo, che quel figlio di cavalla è andato al Milan dopo tutto quello che avevamo fatto per lui.

Il mio amore di giocatore è il motivo per cui indosso sempre il 6 nelle partite di calcio. È l’unico giocatore che mi fa commuovere ancora al pensiero.

L’unico giocatore che danzava in campo. Quando il pallone era ancora duro e lui sapeva accarezzarlo dolcemente, nelle sue giocate. Roba che neanche la sorella di Zidane mi farebbe eccitare così tanto.

Il mio amore di giocatore è Youri Djorkaeff.

Dieci motivi per cui Youri Djorkaeff è l’amore di giocatore ideale:

Youri Djorkaeff è in realtà il figlio naturale di Peppino Prisco. E se non sai chi fu Peppino Prisco, quella è la porta.

Youri Djorkaeff guadagnava un quinto di quello che guadagna oggi Ricky Alvarez. Un quinto. Ricky Alvarez. Un ventesimo di quanto guadagnava Alvaro Recoba. Un ventesimo. Alvaro Recoba. E se non sai chi sono Ricky Alvarez e Alvaro Recoba, puoi anche restare qui.

Se dici dieci volte Youri Djorkaeff senza incespicare, la tua squadra vince lo scudetto. Moratti ci mise dieci anni per imparare a dirlo, ma ci riuscì, nella stagione 2005/06.

Youri Djorkaeff c’era quando perdemmo in finale contro lo Schalke 04, e soprattutto c’era quando schiacciammo in semifinale l’anno dopo lo Schalke 04.

Youri Djorkaeff segnò una delle più belle rovesciate della storia del calcio. Roba che ancora si parla di quella volta che Youri Djorkaeff fece quella rovesciata contro la Roma.

Youri Djorkaeff gli fa il culo a Chuck Norris quando vuole. Non è successo solo perché Youri Djorkaeff è pacifista.

Youri Djorkaeff è pacifista, ma adora il laser game.

Youri Djorkaeff ha vinto il primo mondiale della Francia e il primo europeo della Francia, ma tutti credono che sia stato merito di quel puzzone di Zinedine Zidane. E invece fu merito di Youri Djorkaeff.

Youri Djorkaeff mangia fagioli e non fa le puzze.

Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff Youri Djorkaeff.

 

MILANISMI

di Marta Baudo

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Milan: amore viscerale più di un fidanzato… legame eterno… nella gioia e nel dolore! Potrei venire meno ai miei principi morali e diventare poligama.

M’ intrippa il genio di chi scrive “Se uno nasce quadrato non muore tondo”.

Uno come Gennaro Gattuso, detto “Ringhio”, se sei milanista o lo ami o lo ami: non ci sono alternative…Viscerale, verace, combattente nato; sulla bellezza sorvoliamo… poco male! Non si può avere tutto dalla vita. Per San Valentino potrei anche arrivare a portargli le arance… a San Vittore! L’uomo con i “piedi buoni”: l’assist man e runner che manca oggi. Quasi quasi me lo porto in un ristorante chic. “Una vita da mediano”, un po’ come la notte di Milan-Manchester del 2 maggio 2007… la “partita perfetta”… che Ringhio quella notte!

Al TOP Capitan Maldini, un cognome una garanzia. Se mura e campi di Milanello potessero parlare per lui… 25 anni vissuti lì non sono mica pizza e fichi; ne è passata di acqua sotto i ponti e giusto qualche coppetta l’ha portata a casa, con nonchalance. Un uomo una leggenda: quanti record ha abbattuto. Le statistiche dicono che “Paolino” il Bello è amato dal 70 % della popolazione femminile, e come non crederci! Da sbavare. Se solo non fosse così impegnato ci farei un pensierino anch’io. Come lo farei per Ricky Kakà, mio coetaneo dalla faccia pulita da bravo ragazzo. “Smoking bianco” lo sogno la notte… è la terra promessa! E’ lui “il figliol prodigo” nostalgico fedele alla sua “famiglia”. Riky “Ruby” rubacuori, con quella mano sul cuore ha trafitto il cuore di fanciulle più o meno giovani: i ricordi degli anni d’oro si sprecano come se fosse ieri! Dal “Kakatevi sotto” indimenticabile refrain dei primi anni 2000 sono passati giusto pochi giorni!

“Il club più titolato al mondo”… questo nome a caso con Gattuso, Maldini, e Kakà in squadra. “Basta un poco di adrenalina, cuore e il Milan va su”!

Cosa non darei per un ménage a trois/quattro afrodisiaco con i miei “idoli” desideri nascosti!

 

JUVENTISMI

di Edoardo Pavesi

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Se devi scrivere un pezzo sul giocatore che hai amato di più in assoluto e tifi squadrette come Udinese, Torino o Inter, probabilmente non hai molta scelta: a seconda di quando sei nato potrai giusto citare Zico, Mazzola padre o Ronaldo. Fine.

Se invece hai la fortuna di tifare Juve, come me, hai un parco di giocatori tra cui scegliere pressoché infinito: prendendo in considerazione anche solo quelli dagli anni ’80 in poi, potresti parlare di Platini, Baggio, Del Piero o Zidane, tutti giocatori che con la palla tra i piedi facevano quello che volevano: ho visto Platini alzare 3 palloni d’oro, Baggio saltare intere difese, Del Piero “inventare” un gol che ancora oggi porta il suo nome e Zidane far finte di corpo tali da mandare gambe all’aria perfino i suoi compagni di squadra (Tacchinardi in Juventus Bologna, ndr).

Ma il giocatore che ho amato di più non è tra questi; non è stato uno di quelli cui Dio (o Madre Natura, fate voi) ha dato piedi fatati, ma ha dato un’intelligenza calcistica fuori dal comune.

Se non sono arrivato all’amore omosessuale nei confronti di Didier Deschamps è solo perché Didier Deschamps è incredibilmente francese: non un fottuto francese come Cantona, ma il tipico francese che noi italiani odiamo, nonostante le sue origini basche.

Capitano della prima squadra francese ad alzare una coppa campioni (l’OM, in finale contro il Milan, che fa sempre piacere), capitano della prima nazionale francese a vincere un mondiale, e poi anche un europeo due anni dopo.

Ma Deschamps è stato soprattutto il cervello del centrocampo della Juve delle 3 finali di coppa campioni consecutive, un centrocampista che in una telecronaca di 90 minuti potevi non sentire mai nominato, poi andavi a vedere le statistiche a fine partita e scoprivi che aveva toccato 500 palloni. Sbagliandone mezzo, forse.

Una calamita per i palloni vaganti, sporcava qualunque cosa passasse dalle sue parti e se c’era da scarpare, scarpava! Ah, come scarpava bene! Quando aveva la palla fra i piedi, invece, faceva sempre la cosa più semplice, con la stessa naturalezza con cui un milanese ordina un negroni all’aperitivo, e non sbagliava mai.

Per capire Didier, per apprezzarlo davvero, avresti dovuto guardare le partite dall’elicottero, non dalla telecamera a bordo campo, perché dall’alto avresti notato come, con lui in campo, la Juve sembrava una squadra di calcio balilla, tutti ordinati, posizioni perfette, squadra corta, un aiuto costante e prezioso alla difesa, roba che terzinacci come Porrini e Dimas sono arrivati a essere campioni del mondo, per dire!

Non c’è una scena, un gol o un’immagine che possa lasciarvi per descrivere Deschamps, niente doppi passi, niente aereoplanini, lui era semplicemente perfetto, come solo un francese sa essere.

Orgoglioso che allo Juventus Stadium, affianco alla sua “stella”, oggi ci sia il mio nome: merci, Didier.

 

GRANATISMI

di Cristiano Girola

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Il calcio è una roba monogama.

Dirò di più, è l’unico campo della vita in cui il tradimento non solo è bandito, ma nemmeno preso in considerazione.

Te la sei scelta – la squadra – e te la tieni. In salute e in malattia, in ricchezza e in povertà, in Champions League e in Lega Pro.

Questo vale per tutti, tranne che per i gobbi. Ma per loro il discorso è diverso: si tifa Juve per noia, per faciloneria, per stare comodamente con il più forte, per sentirsi confortevolmente mainstream.

Il loro è più sesso mercenario che monogamia.

Fate passare alla Juve vent’anni come quelli che ha appena trascorso il Toro, poi andate a contare i paganti allo stadio di Venaria: se ne troverete mille sarete fortunati.

Quindi, gobbi a parte, il calcio è amore monogamo, dicevamo.

Ti avvinghi a quel corpo tutta la vita e finisci per innamorarti di ogni fossetta, di ogni ruga, di ogni neo. Di una mossa, di un sospiro, di un profumo. E anche di ogni lamento, di ogni cicatrice, di ogni difetto.

Li ricordi perfettamente, perché non hai mai voluto né potuto staccare lo sguardo da quel corpo, mai.

E allora non me la sento di dire quale giocatore ho amato di più. Sarebbe come dire che preferisco una gamba a un braccio, un polso a un sopracciglio. Quindi mi tocca farvi l’elenco di tutte le fossette, di tutte le rughe e di tutti i nei che ho amato.

Ho amato Rambo Policano, la sua foga e il suo piede sinistro.

Pasquale Bruno che lava via il marchio di gobbo a secchiate di sangue rosso su maglia granata.

Roberto Cravero, la sua classe innata e la sfiga di nascere nella generazione di Franco Baresi.

Gigi Lentini, le sue sgroppate di puro talento, quella rivoluzione quando se ne andò e il suo ritorno, anni dopo.

Martin Vazquez, che quelle dieci partite che giocò da Martin Vazquez sono state magia vera.

Vincenzo Scifo, che all’Inter era un brocco (il primo di una lunga serie, negli anni a venire..)

Pennelone Silenzi, orrenda creatura da vedere, ma letale nell’anno del nostro ultimo trofeo.

Ruggiero Rizzitelli e quei due derby vinti in un campionato.

Paolino Poggi, che di mestiere entrava dalla panchina e infilzava la Vecchia Signora.

Marco Ferrante, straordinario bomber da periferie del calcio, innamorato del granata

Antonino Asta, entrato manovale e uscito in Nazionale.

Luca Bucci, che con dieci centimetri in più sarebbe stato il portiere più forte della generazione pre-Buffon. Non gli ho MAI visto parare un rigore. Ma lo amo lo stesso.

Alessandro Rosina, che non gli ho MAI visto sbagliare un rigore. Tranne quando ha giocato da avversario contro di noi la prima volta (lo so che l’hai fatto apposta, lo so, lo so, lo so)

Oscar Brevi, il capitano della promozione post fallimento. Se Annoni-Bruno-Policano-Cravero è stata la difesa più forte che abbia mai visto, Brevi-Nicola-Balestri è stato il più straordinario esempio di gente capace di andare oltre i propri limiti grazie alla grinta e alla fame.

Roberto Muzzi, un altro che ha sudato l’anima e goduto con noi.

Rolando Bianchi, un uomo. Come ne ho visti pochi (e anche il decimo bomber della storia granata, comunque).

Ciro Immobile, che corre come un mediano e segna come un bomber.

E Alessio Cerci, che quella magia vera, quella di Lentini e Martin Vazquez, è stato il primo a farcela rivedere, vent’anni dopo.

Buon San Valentino, mio Toro.