Il mio cammino di Santiago comincia con gli ultimi 500 metri.

Cinquecento metri sono esattamente un millesimo della distanza che io e il mio amico Luca avevamo percorso nelle precedenti due settimane. Una media implacabile, spietata e quasi costante di circa 33 km al giorno battuti a piedi su sentieri di terra, di pietre, d’asfalto. Nel sole e nella nebbia, tra gli spazi immensi delle mesetas e quelli angusti di certi sentieri a bordo statale. Su fino ai 1.600 metri di certi passi di montagna e poi giù, dentro boschi di eucalipto e paesi quasi fantasma.

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In quegli ultimi 500 metri c’è chi gioca, chi scatta foto, chi scherza, chi chiacchiera come se fossero dei 500 metri qualsiasi, chi si raccoglie nel silenzio, chi trascina i piedi martoriati, chi guarda in alto, chi in giro, chi in basso.

Io invece sono stato investito da un tir.

E trascinato da questo tir ho iniziato quasi a correre, ho staccato Luca e gli altri quattro ragazzi che quel giorno camminavano con noi e sono andato via, da solo.
E’ come se mi fossi ricordato, improvvisamente e violentemente, che il Cammino è un’esperienza in cui puoi condividere quasi tutto, in cui anzi è bello condividere quasi tutto, ma che è anche qualcosa che ognuno intraprende per un suo motivo, tremendamente personale. E la fine, l’arrivo, è il momento in cui fare i conti con quel tuo motivo, tuo e di nessun altro. E’ il momento in cui la strada, fino a quel momento fisicamente la stessa per tutti, si dirama assumendo per ciascuno la propria direzione di senso. E puoi aver celato il senso privato del tuo Cammino per giorni, mischiandolo alle esperienze degli altri, sotto chiacchiere, fatiche, vesciche, cene, ostelli e incontri lungo la strada, ma all’arrivo torni improvvisamente solo. Faccia a faccia con le ragioni, chiare o nebulose che siano, che ti hanno portato lì. Il loro peso torna a investirti, proprio lì, mentre entri in quella città/meta che per i 500 chilometri precedenti ti frullava nella mente più come qualcosa di metafisico e lontanissimo che come qualcosa di reale e che ora ti si para davanti con tutto il suo impatto fisico. Ti viene incontro, proprio come un tir in corsa.

Per me l’arrivo sarà per sempre il suono di una cornamusa.
Negli ultimi 50 metri, che io ho percorso in quello stato di semi trance solitaria, si passava sotto a un arco. In quel punto c’era un ragazzo che suonava una cornamusa e quello è l’unico ricordo netto e forte che ho di quel momento. Gli sono passato accanto, ho infilato una mano in tasca e gli ho lanciato, nella custodia dello strumento appoggiata per terra, un ammontare di denaro che decisamente non so quantificare: sarebbero potuti essere 75 centesimi come 5 euro. Non lo so, ero in trance. Po ho svoltato a sinistra e lei era lì. La Cattedrale. L’arrivo. La fine del Cammino. E quella cornamusa che non smetteva di suonare.
L’ho guardata negli occhi. I suoi erano barocchi, i miei lucidi. Mi sono appoggiato alle bacchette da trekking e ho pianto. Ho pianto per un paio di minuti senza nemmeno levarmi lo zaino dalle spalle. E calcolate che togliermi lo zaino dalle spalle PER SEMPRE era stato il desiderio che avevo accarezzato di più nei precedenti quindici giorni.
Non mi sono nemmeno accorto subito che erano arrivati anche gli altri. Ci ho messo un po’, prima di metterli a fuoco, sdraiati, testa sullo zaino gettato a terra, tutti stregati dal sapore di quel traguardo.

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Ma prima di quei 500 metri finali e di quell’arrivo mozzafiato, che cosa era successo?

Non è facile da raccontare. O meglio, un diario di viaggio non sarebbe difficile da stilare. Mettere in fila tappe, eventi, incontri. Ma non restituirebbe niente del significato di quel mondo a sé che è il Cammino.
Perché è innanzitutto di questo che si tratta: un mondo. Un mondo che ti costringe a riscrivere la grammatica emotiva con cui di solito cerchi di vivere – e poi di raccontare – un viaggio.
Un mondo, non una vacanza.
Personalmente ho fatto viaggi di ogni tipo ma nessuno che, come il Cammino, mi avesse mai sradicato dal mio modus vivendi e imposto di ricreare me stesso secondo regole così profonde e nuove. Nella maggior parte delle vacanze ci illudiamo di “staccare” (parola abusatissima, di cui raramente comprendiamo il significato), ma in realtà ci stiamo solo riposando.
Cosa ti combina, invece, il Cammino?

Tanto per cominciare, devi riscrivere la tua identità: sul Cammino non sei un turista, sei un pellegrino. Non sei un corpo estraneo che visita un ambiente diverso, ma sei un elemento strutturale di quel mondo. Ne sei parte. Contribuisci al suo senso con la tua presenza.

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Poi devi ridisegnare gli spazi: il concetto di distanza sul Cammino è molto diverso da quello a cui sei abituato. Trenta chilometri, correndo, li fai in tre ore, anche meno: lì invece sono l’obiettivo di un’intera giornata di fatica, che comincia con il buio che precede l’alba e finisce zoppicando sotto quel folle sole a picco del tardo pomeriggio spagnolo.
Il nostro percorso, 500 km da Burgos a Santiago, in macchina lo fai comodamente in un giorno, con giusto un paio di pause in Autogrill. Per noi ha significato quindici giorni di fatiche ininterrotte. Impari a misurare il tempo lungo e il valore inestimabile racchiusi in ogni passo. Poi, per il tuo benessere mentale, tendi a dimenticarli e ad andare avanti in automatico, perché se continuassi a concentrare i pensieri su quanto lentamente passino 100 metri camminando, saresti finito.

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Conviene anche resettare e ri-settare la propria soglia della fatica. Non si tratta tanto dello sforzo singolo di un giorno specifico, quanto del logorio. Per quanto nessuno ti impedisca di prenderti un giorno di pausa (e molti vogliono o si trovano costretti a farlo), tendenzialmente ogni mattina ti svegli e cammini. Ogni-maledetta-mattina, per settimane, ti alzi (spesso contro la tua volontà, se dormi in un ostello in cui qualche fenomeno decide di partire prestissimo), ti carichi lo zaino in spalla e parti. Puoi fare cinque chilometri in più o in meno del giorno precedente, ma di fatto sei sempre lì, sulla strada. Con i dolori che percorrono il tuo corpo a tappe, come una Via Crucis: ti sei addormentato con un dolore al polpaccio e te lo trovi alla schiena, a pranzo ce l’hai alla caviglia e alle quattro del pomeriggio s’è trasformato in una vescica. Il dolore sul cammino di Santiago è tanto prevedibile, nella certezza che hai che si manifesterà sempre, quanto imprevedibile, nell’incertezza casuale del dove ti comparirà la prossima volta.

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Sul Cammino devi anche ridefinire le basi abituali di una conversazione. La prima cosa che fanno due persone che si incontrano lungo il cammino, solitamente, è informarsi sui reciproci dolori e scambiarsi informazioni su quali prodotti usare per curarli. Solo dopo si presentano.
I pellegrini sul Cammino si raccontano l’un l’altro le proprie storie, in un ItalianSpanglish meraviglioso, ma più spesso di quanto si possa pensare, rimangono sul concreto. Intendo dire che si parla di dolori, di percorsi, di chilometri, di meteo, di “cose” in genere, più che di sensazioni, motivazioni, aspirazioni (insomma di quegli argomenti che ci si aspetterebbe che stessero al centro di una conversazione tenuta in un luogo simile, spirituale e speciale). Si fa anche quello, per carità, ma è come se ogni pellegrino fosse da un lato molto geloso del proprio scrigno di emozioni e di pensieri e dall’altro molto cauto, rispettoso, delicato nel domandare qualcosa sulle ragioni del cammino degli altri. La spiritualità, l’aspetto emozionale e motivazionale del Cammino, rimangono quasi sempre un tema solo sfiorato nelle conversazioni tra pellegrini. Aleggiano su ogni discorso ma si intromettono raramente tra le parole. Forse perché non c’è tanto bisogno di spiegarsi con persone che sono lì come te. Già la scelta di esserci è sufficiente a creare una comunione.

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Anche il conoscersi si basa su regole e tempistiche diverse, sul Cammino. Ogni incontro ha un’intensità folle rispetto a quelli mordi e fuggi – o anche alle relazioni costruite negli anni – della vita di tutti i giorni. La gente si incontra, si lascia, si incontra nuovamente, condivide una pausa, una cena, qualche chilometro di cammino. Ognuno di quei momenti ha un peso specifico pazzesco, tanto che se rivedi dopo giorni qualcuno con cui sei stato a chiacchierare per mezz’ora, ti sembra di riabbracciare improvvisamente il tuo migliore amico. Le esperienze sul cammino sono cemento a presa rapida, si condividono e si solidificano all’istante, creando un legame che si rigenera ogni volta, anche se ciascuna di quelle volte dura il tempo di un panino, di una birra o di due passi in un bosco.
Due o tre giorni di cammino insieme, poi, valgono due o tre mesi di frequentazioni là fuori, nel mondo civile. E’ strano da descrivere, soprattutto per uno come me che non fa entrare tanto facilmente le persone nel suo raggio di tolleranza, ma è davvero come ritrovarsi in un mondo che va fisicamente piano, al passo affaticato dei pellegrini, ma fortissimo dal punto di vista relazionale, al battito accelerato delle loro emozioni.
Il mio Cammino è iniziato in due ed è finito con più di venti persone sedute a festeggiare attorno al tavolo in un ristorante di Santiago. Per dire.

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Durante il Cammino, il concetto di viaggio, come lo intendiamo solitamente, cambia connotati. Ci sono momenti in cui desideri solamente, ardentemente, che finisca. Ci sono ore in cui attraversi paesaggi che non guardi nemmeno, ore passate a fissare lo sguardo a terra, spiando la tua ombra che si allunga e poi si accorcia o con gli occhi concentrati sui tuoi piedi, come se guardarli intensamente potesse convincerli a tenere duro, snocciolando una muta preghiera affinché ti portino fino alla fine di quella giornata infinita.
E poi magari provi l’estasi di una birra condivisa e la meraviglia di un incontro in un posto tanto brutto che se avessi una macchina non ti ci saresti fermato nemmeno per pisciare. Hai maledetto la fatica che ti ha fermato lì, che ti ha reso impossibile anche solo l’idea di camminare due chilometri in più per arrivare al paese successivo, ma dieci minuti dopo la stai ringraziando, perché senza quel tuo umanissimo limite non avresti mai conosciuto quella persona o ascoltato quella storia.

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I tipi umani che incontri sul Cammino compongono un mosaico difficile da classificare. Solitari e socievoli, spirituali e atletici, freak e razionali, tormentati e giullari, scontrosi e altruisti, silenziosi e logorroici, religiosi e mangiapreti. Gente che cammina di notte e dorme in strada; gente che è partita da casa sua in Germania in bicicletta e da Santiago ci passa e basta, perché la sua meta è altrove; gente che fa un pezzo di Cammino ogni anno e lo finisce magari dopo tre, quattro o cinque volte; gente che “io arrivo solo fino a Ponferrada e il Cammino non lo finirò mai, perché non me ne frega niente di arrivare lì”; gente con zaini piccoli come un beauty da bagno e gente con dei macigni da quindici chili sulle spalle; gente che lo fa correndo e gente che cammina così lentamente che ti chiedi quando – e se – ce la farà mai (poi a fine giornata, quando sei seduto da due ore al bar con la tua terza birra, li vedi arrivare, sorridenti e serafici, ancora con quel passo tanto compassato che quasi ti innervosisce). Ognuno con le sue ragioni e i suoi perché, quei nodi profondi che moriresti dalla voglia di conoscere tutti ma che, come dicevo prima, rimangono per la maggior parte delle volte celati laggiù, dentro di loro.

umani

Esto es el Camino del compartir” mi ha detto un giorno un ragazzo (tipo umano: freak, spirituale, altruista). Aveva allestito un punto di ristoro improvvisato accanto a una cascina diroccata, nel mezzo del nulla di una meseta, con panche, divani, un’amaca e muri su cui i pellegrini lasciavano i loro pensieri e i loro grazie scritti con alfabeti di ogni parte del mondo. Ogni giorno lo riforniva di cibo, succhi, the, acqua. Li metteva a disposizione lì, per chi passava e aveva bisogno di qualcosa, senza chiedere nulla in cambio.
Non so come si chiami, noi non l’abbiamo chiesto e lui non ce l’ha detto.
Dovendo scegliere un finale, visto che quello vero e proprio sta all’inizio di questa storia, voglio che si svolga lì, con lui e la sua cascina al centro della scena, in un’alba arancione non lontano da Astorga.
Perché lì, senza retorica, c’è condensato tutto quello che riesco a dire del Cammino. La solitudine di una persona, nella solitudine di un paesaggio, che diventa una condivisione. Condivisione effimera, gratuita, irripetibile. Dopo la quale si riparte e si torna soli, per un po’, fino al prossimo incontro. Che arriverà, inevitabile.

Il Cammino per me è stato questo: un’oscillazione continua, intollerabile e bellissima, tra voglia di condividere e desiderio di essere soli.
Buen Camino.

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