Pochi giocatori in una squadra aspettano l’ultima partita di campionato sperando che non conti per la classifica come il terzo portiere. Sulle spalle in genere ha numeri strani, di solito ha meno di 20 anni o più di 30, non trova posto sull’album Panini, e ovviamente quasi mai in campo. A meno che non giochi alla Roma, dove i portieri sono quattro e la gerarchia è assai variabile; che siano indisponibili il titolare e la sua riserva; o che la partita valga nulla o quasi. Altro che terzo incomodo, vien da pensare che quello del terzo portiere sia un ruolo scomodo. E allora perché lo fa? Non si spacca i maroni? Non tritura la sua ambizione? È davvero meglio una presenza in serie A che cento in C? Dipende, ma a ben vedere c’è chi da terzo sta comodo.

Ovviamente fare la riserva della riserva è un modo naturale per affacciarsi in serie A, e lo è altrettanto per lasciarla vivendo da spettatore attivo. Attivo durante la settimana, perché i portieri magari macinano meno chilometri degli altri calciatori, ma in allenamento faticano anche di più. Il titolare come gli altri, nessuna differenza. Cambia l’ingaggio, ovviamente, ma quello di un terzo portiere di serie A può somigliare allo stipendio di un titolare in serie B. E molti veterani scelgono dove accasarsi pensando anche al futuro. Valerio Fiori, ad esempio, al Milan ha messo insieme un paio di apparizioni in nove anni, ma dopo il ritiro si è fermato a Milanello come preparatore dei portieri.

Orlandoni e J.Cesar

(Paolo Orlandoni e Julio Cesar fonte: inter.it)

Più o meno ha fatto lo stesso all’Inter Paolo Orlandoni, che se da ragazzino litigava con i compagni delle giovanili nerazzurre per andare a fare il raccattapalle a San Siro dietro la porta di Walter Zenga, a 18 anni si è trovato a fare il terzo dietro lo stesso Zenga e Astutillo Malgioglio, e a 33 è tornato alla base con lo stesso ruolo alle spalle di Julio Cesar e Francesco Toldo, rinunciando a un posto sicuro in serie B. «Non sarò diventato il nuovo Zenga – ama notare l’attuale allenatore dei portieri della Primavera nerazzurra – ma un coro per me a San Siro non è mai mancato». Quando a 40 anni si è ritirato nell’estate 2012, non esistevano ancora le panchine allargate, quindi Orlandoni ha messo insieme sei presenze in campo, e guardato decine e decine di volte le partite in tribuna. Con l’onestà che solo i bambini hanno, i figli gli hanno chiesto spesso perché non giocasse mai, perché dalle bustine non uscisse mai la sua figurina, ma alla fine il 22 maggio 2010 correvano e si rotolavano sul prato del Bernabeu, mentre papà festeggiava la Champions League. Anche la piccola Emma, che ha ispirato Paolo a impegnarsi con l’Associazione “Capirsi Down”.

Non sono santi questi terzi portieri, ma a leggere le loro biografie (molto più essenziali di quelle dei goleador, meno zeppe di superlativi e bugie) hanno personalità non banali. Prendete Roberto Colombo: classe 1975, laurea in Scienze Politiche, esordio in B a 32 anni con rigore parato, le ultime due stagioni al Napoli senza presenze (ma un’espulsione dalla panchina in quella appena conclusa) e tanti amici nel carcere di Busto Arsizio. Tutti quelli che passano attraverso il progetto “Dolci libertà”, riedizione della “Bad Boy’s Bakery” di chef Gordon Ramsay nella prigione di Brixton, reso possibile dalla Sport&Spettacolo.

Anche Gokhan Inler deve qualcosa al portiere di Monza, che ha saputo trovare le parole giuste quando il centrocampista svizzero era al centro di mille critiche. Perché anche questa è una specialità diffusa fra i terzi portieri. A differenza dei compagni, non hanno motivo di lamentarsi se giocano poco (già poco sarebbe un successo) e forse proprio per questo sono vere e proprie colonne di molti spogliatoi e idoli dei tifosi. Come Cristiano Lupatelli, che a 23 anni si è tolto lo sfizio di difendere la porta del Chievo con il numero 10 sulle spalle, e a 35 è rimasto sorpreso dal rinnovo di contratto che la Fiorentina gli ha offerto. Ovviamente Lupatelli ha accettato. E se l’è meritato anche solo per la conferenza stampa in cui ha raccontato di aver ricevuto un’unica proposta oltre a quella viola, «da una grande società del Nord Europa… l’Ikea».

Brichetto in lacrime (da Twitter)
(Giacomo Brichetto in lacrime fonte: Sky)

Senza giocare, è diventato un simbolo anche Giacomo Brichetto, con le sue lacrime in panchina il 10 marzo quando il Palermo ha perso in casa con il Siena, scivolando verso la retrocessione che due mesi dopo avrebbe fatto piangere anche Miccoli. Il contratto del portiere classe ’83 è in scadenza: chissà se sarà confermato dal Palermo in B o se dovrà cercare un’altra squadra, la settima in carriera, considerando anche quella di serie A con cui aveva firmato nel 2003 prima che «il contratto sparì nel nulla senza essere depositato in Lega».

Lys+et+Alfred+Gomis+(FC+Torino)
(Lys e Alfred Gomis sognano di diventare il primo portiere di serie A nato in Africa fonte: afriqueencoleur.blogspot.com)

Ovviamente sperano di avere più fortuna i ventenni di questa categoria, quelli che fanno il terzo portiere in Serie A per crescere sperando di avere prima o poi la grande chance. A parte il milanista Gabriel, classe 1992, gli altri sono imbullonati quasi tutti sulle panchine di squadre medio-piccole. Promette bene il classe ’93 Alfred Gomis, senegalese di nascita, piemontese d’adozione, portiere come un tempo papà Charles (a livello amatoriale) in patria, un rigore parato a Mauro Icardi in Primavera e un posto ora come riserva della riserva al Torino. Quest’anno non ha visto mai il campo, ma per qualche mese si è tolto la soddisfazione di essere il vice del fratello Lys, quattro anni più grande (a sua volta vice di Gillet) che da gennaio è stato ceduto in prestito all’Ascoli. Entrambi cittadini italiani, sognano di diventare il primo portiere nato in Africa a giocare in serie A. E se non ci riescono loro, ci proverà un altro Gomis, il fratellino Maurice, 14 anni, in forza agli Allievi, il terzo incomodo.