Brighton. Inghilterra del Sud. E’ un ombroso giorno di novembre del 2000. Al coperto di un impianto si gioca il secondo turno di un torneo di basso livello.

Pochi i soldi in palio, pochi i riflettori sul campo e pochi anche gli spettatori sugli spalti. In campo, da una parte, Hyung Taik-Lee, tennista coreano numero 99 al mondo, ma in grado di mostrare il suo tennis migliore proprio sul cemento indoor dove si gioca il suddetto torneo. Dall’altra parte un giocatore dal talento semplicemente superiore, quasi assoluto, ma che in molti, forse troppi, cominciano a definire ex. Il suo nome è Goran Ivaniševi?.

Il 29enne croato, numero due al mondo solo pochi anni prima, sta vivendo un annus horribilis. Scarsa ispirazione e una spalla che gli dà più guai che soddisfazioni, lo hanno fatto sprofondare fino alla 134^ posizione in classifica. Anche a Brighton Goran, o “Cavallo pazzo”, come viene soprannominato per la sua follia, fatica, sbuffa e lotta come sempre contro due rivali. Quello al di là della rete e il suo alter ego, il “Goran cattivo”, il vero nemico che gli fa perdere ispirazione e concentrazione. E, come spesso accade, nella sfida plurima chi ci rimette – oltre ai risultati – sono le racchette. Ivaniševi? ne spacca una nel primo set, perso. Poi vince il secondo, ma all’inizio del terzo inizia a sprecare occasioni su occasioni e allora via un’altra. La situazione, però, non migliora e anche la terza fa crack. Stop. Tutti fermi. Goran alza lo sguardo, che dall’irato diventa perso. Ha appena realizzato: è, anzi, era l’ultima racchetta. Nella sua borsa a bordocampo non ce ne sono altre.

Il mancino di Spalato si avvicina allora all’arbitro di sedia e chiede l’intervento del supervisor, Gerry Armstrong. “Gerry, non ho più racchette”. “Goran, non puoi chiederla a qualcuno? – La replica di Armstrong – Se vuoi vado dal tuo compagno di doppio Ivan Ljubi?i? a recuperartene una”. “No Gerry, lascia stare, con le sue Slazenger non mi ci trovo.” La soluzione, allora, è una sola: “Game, set e match a Hyung-Taik Lee per mancanza del necessario equipaggiamento del suo avversario, Goran Ivaniševi?”. E’ tutta la follia e il genio di Goran che si materializzano insieme in un gesto scellerato. Un dannato senza più nemmeno una racchetta. Quasi a preannunciare l’impossibilità di continuare non solo una partita ma, a ventinove anni, una carriera. O forse no.

Salto in avanti. Londra. Capitale del Regno Unito. E’ luglio del 2001 e sul campo centrale di Wimbledon c’è il sole a far splendere la Coppa dei vincitore del singolare maschile e il sorriso di Cavallo Pazzo, Goran Ivaniševi?. Il croato ha appena sconfitto a suon di botte di servizio e colpi geniali per 9-7 al quinto set Pat Rafter, australiano dal sublime serve-and-volley. Così, dopo tre finali perse ai Championships, Goran corona il suo sogno, primo giocatore a vincere un titolo del Grande Slam dopo essere entrato nel tabellone principale grazie a una ‘wild card’. Ovvero un invito che gli organizzatori gli hanno dato per evitare di fargli disputare le qualificazioni, come il suo 125° posto in classifica avrebbe imposto di fare. Come ha fatto Ivaniševi? a vincere sull’erba Wimbledon pochi mesi dopo aver abbandonato il cemento di Brighton senza racchette? Con una ritrovata condizione fisica? Con una maggiore concentrazione? Forse solo col suo immenso talento con la racchetta. Anche nel romperla. “Ho un dono speciale – ha sentenziato una volta il mancino – Con il mio talento posso spaccare racchette su qualsiasi superficie. Anche sull’acqua”. E poi vincere Wimbledon sconfiggendo tutti. Anche “l’altro Goran”.