C’è un’entità quasi metafisica che aleggia sul mondo dei cicloamatori milanesi: il Gruppo, scritto con la maiuscola per il rispetto che si è guadagnato in questo ambiente.

Il Gruppo è una pattuglia formata da una quarantina di ciclisti che percorrono come schegge i dintorni di Milano: le strade che si snodano intorno ai Navigli e alla campagna di Abbiategrasso con le mini-salitelle da poche centinaia di metri di Morimondo e Oggero, quanto basta per trasformare la pianura Padana in muro delle Fiandre.

Esiste un Gruppo del mattino e uno del pomeriggio. Al suo interno figure mitologiche: ciclisti fortissimi, anche qualche ex professionista, capaci di tirare sempre a 45 all’ora. Per questo motivo l’attesa del Gruppo domina molti cani sciolti che attendono il passaggio di questo miraggio per accodarsi e tenere il passo. Capita di vedere ciclisti solitari che si aggirano alla ricerca del passaggio del Gruppo nei punti nei quali passa a orari prestabiliti come un treno ad alta velocità. A Rosate alle 11.55, a Trezzano sul Naviglio un quarto d’ora prima. E’ come un rapido con la sua tabella di marcia. Se perdi il Gruppo piombi nella tristezza perché dovrai proseguire da solo o in pattuglie da 2-3 compagni. E’ sempre un bel viaggiare, ma vuoi mettere volare con il Gruppo.

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Altri cicloamatori invece seguono la tattica dell’attesa: li vedi pedalare a ritmo non particolarmente sostenuto a bordo strada, ma capisci che stanno aspettando qualcosa di importante. Infatti, appena sentono il fruscio di qualche catena alle loro spalle, iniziano ad accelerare salendo sui pedali: stanno aumentando la velocità per non farsi trovare impreparati dal passaggio fulmineo del Gruppo. Ma spesso la loro è solo un’illusione: in realtà sono piccoli treni da 4-5 ciclisti. Subito parte lo sfottò, come è abitudine da cicloamatori, dove le frecciate non mancano anche tra sconosciuti: “Guarda che non siamo il Gruppo, puoi anche rilassarti”.

Ma il fenomeno più crudele per gli inseguitori del Gruppo è un altro: vederlo a poche centinaia di metri di distanza, capire che esiste ed è a portata di mano sulle tue stesse strade, ma mancare l’aggancio per pochi secondi che non saranno mai colmati perché il Gruppo vola leggero a 45-48 orari e, con tutta la buona volontà, non è facile andarli a prendere se non sei un crono-man alla Tony Martin. Quel momento ha davvero qualcosa di onirico: all’incrocio vedi questo serpentone di 50 ciclisti scatenati che vira allungato dalla velocità e sembra muoversi all’unisono, pensi di poter essere tra pochi secondi nella pancia della comitiva e invece lo vedi filare via sotto il sole della pianura, sempre più sfumato dalla calura estiva con l’effetto patina padana a base di afa e umidità.
Alla prossima. Sarà per un’altra volta. Qualcuno si lascia prendere dallo sconforto: “Ah, se fossi stato allenato come qualche mese fa, l’avrei ripreso il gruppo”. E partono racconti semi-leggendari: all’interno del Gruppo ci sono fortissimi ciclisti 25enni e anche ex professionisti. Per qualche mese a guidare il Gruppo c’era addirittura Evgenij Berzin, vincitore del Giro d’Italia nel 1994. Il russo, che ormai è italiano d’adozione, partiva da casa sua nell’Oltrepò pavese per raggiungere il rapido a due ruote e tirarlo a 50 all’ora per un’oretta. Poi tornava verso le sue colline. Allora il Gruppo aveva il suo capotreno di lusso. Racconti degni di Pozzi e Girardoux, che formano il piccolo grande romanzo capace di raccontare una storia a ogni uscita in bicicletta. Con quel Gruppo che gira e trasforma la campagna lombarda in un Tour de France.

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“Qualche anno fa un ministro del governo italiano disse che i giovani non hanno più voglia di cambiare il mondo, a differenza dei loro coetanei delle generazioni precedenti che invece avevano sempre avuto un’idea di come modificare il corso della storia, pur nei limiti di errori e fallimenti. E’ una frase che tocca fortemente l’orgoglio di una generazione che abbraccia almeno 25 anni di storia, accusata sostanzialmente di indifferenza verso i destini del mondo. Pensi davvero che la tua generazione sia priva di questa sensibilità? In cosa pensi invece che la tua generazione sia impegnata e quale pensi che possa essere la sua idea di nuovo mondo?”