Si abbracciano tutti come se si fossero visti all’allenamento del giorno prima. «Che pancia», «Sei rimasto il solito ignorante», «Ma che scarpe ti sei messo? Con i brillantini, non si possono vedere», «Eri il cocco dell’allenatore, raccomandato».

Basta un secondo per far partire le battute e dimenticare che invece sono passati vent’anni. Tanti arrivano con moglie e figli, qualcuno ha moglie e figli in giro per il mondo e qualcuno è ancora lì che cambia una fidanzata all’anno. Nessuno degli automobilisti incolonnati lungo questa strada provinciale, destinata a salire verso la valle del Monte Rosa, può sapere che quei ragazzi con le borse da calcio a tracolla, sorridenti sullo spiazzo di un’allegra trattoria di paese, rappresentano una generazione: sono i migliori del settore giovanile di una squadra di calcio che in questi anni ha fatto di tutto, dalla C2 alla Serie A.

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Pippo – “il cosiddetto centrocampista di costruzione”, come gli dicono per prenderlo in giro – li ha chiamati a raccolta insieme a Buschi, l’altro organizzatore della giornata, per un triangolare sette contro sette sul campo del suo bar-ristorante-centro sportivo. Qualcuno non gioca perché è ex da troppo tempo o è infortunato, ma conta che tutti hanno voluto esserci. C’è Tony, che sembrava un piccolo Maradona col suo sinistro e adesso fa i numeri da fermo perché ha messo su qualche chilo proprio come Dieguito. «Ma in realtà non correva nemmeno prima», è il commento che deve incassare. C’è Davide, il Roberto Carlos biondo (adesso un po’ meno biondo perché scarseggia la materia prima) che continua ad avere donne bellissime e fa sempre quella finta sulla fascia che lascia sul posto gli avversari.

C’è Willy, che un giorno poteva andare alla Juventus ma ha perso l’occasione della vita perché il dirigente che l’accompagnava ha sbagliato strada ed è arrivato al Combi a provino quasi finito. C’è Gianni che ha giocato a Wembley insieme a Totti e Buffon in un’amichevole della Nazionale Under 15: «Ragazzi, qui la maglia azzurra l’ho messa solo io», ripete mentre si scalda perché i compagni sostengono che fosse più forte Fabio, l’inventore del “metodo Scazzosi”: «Pulito e sempre corretto. A fine partita prendevo il pallone in mano e lo portavo all’attaccante che avevo appena finito di marcare al quale non l’avevo mai fatta vedere. “Tieni, adesso giocaci un po’ da qui allo spogliatoio”. Mi sembrava giusto dargli questa consolazione».

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Intorno tutti sghignazzano all’ennesima birra perché il triangolare a fine mattinata è diventato grigliata. Quasi tutti sono stati vicini a una grande squadra e raccontano dell’occasione sfumata per un soffio. A metà pomeriggio arriva anche Cristian, l’unico che ce l’ha fatta davvero arrivando in Serie A e diventando capitano di tutte le squadre dove ha giocato. Poi, quando stava andando ancora più in alto a carriera di calciatore finita, è successo qualcosa. E chi l’ha conosciuto fatica a crederci e, appena legge il suo nome sul giornale per quella storia, si accorge di avere gli occhi lucidi. I suoi ex compagni si siedono vicino a lui che per un giorno torna il loro capitano.

In quel momento, sotto quel tendone di una trattoria di paese, c’è tutta l’essenza del calcio: le speranze, l’amicizia, la tecnica, Totti, Buffon, la Serie A, i ricordi, le magie e gli errori che sono uguali a ogni altezza. Qualcuno prova uno sconforto venato di lacrime mentre sente i racconti di campionati di Prima Categoria decisi da pareggi decisi prima del via perché il presidente è stufo di perdere soldi ogni anno a causa delle partite combinate dalle squadre rivali. “Il calcio è anche questo, di cosa ti stupisci? Il problema è che in Prima Categoria c’è qualcuno che crede di essere un professionista”. Un tavolo più in là tutti discutono su chi sia stato il calciatore più tecnico della città. I nomi sono sempre quelli: Tony, Willy o Degli. Nomi mitici perché solo loro tre, secondo il responso delle conversazioni che si ripetono nei bar o nei locali delle serate d’estate, hanno avuto un piede così fatato nelle mille partite giocate sui campi di quella città. E, anno dopo anno, tutti arrivano sempre a quella conclusione.  Poi decidere chi sia stato il più forte del terzetto è cosa troppo difficile. Come stabilire se sia più bravo Messi, Maradona o Platini.

lele e fizzo

Ogni città d’Italia probabilmente avrà il suo terzetto da incoronare. E purtroppo avrà compagni che non ci sono più da ricordare. “Lele e Fizzo sempre con noi”, è la scritta sulle magliette del triangolare. Lele e Fizzo se ne sono andati a 20 anni nell’unico modo in cui la vita può fuggire da ragazzi così: un incidente stradale. Erano un terzino dalla corsa leggera e un portiere alto quasi due metri dalla simpatia debordante. In realtà non se ne sono mai andati se quaggiù gli ex compagni li ricordano in una giornata così bella e Pippo prende il microfono per dire poche parole che strappano un applauso lunghissimo. Anche Lele e Fizzo, qualche ora dopo da qualche parte del cielo, riusciranno a guardare Brasile-Spagna, la sfida tra gli dei del nostro calcio.

E, quando ti siedi davanti alla tv per vedere la finale di Confederations Cup dopo il triangolare e la grigliata con i ragazzi della Berretti, sai che il calcio è uno solo, dal campo di Pippo sulla strada del Monte Rosa al Maracanà di Rio de Janeiro. Forse anche Gianni potrebbe impedire un gol a Neymar. Tony riuscirebbe a fare un tunnel a Thiago Silva. Fabio avrebbe insegnato il “metodo Scazzosi” anche a Torres. E magari Davide avrebbe lasciato sul posto Marcelo con la sua finta. In fondo è stata solo una questione di pochi minuti lunghi venti anni.