Dice che il tre è il numero perfetto.
Sicuri?

I tre porcellini son dovuti morire in due, prima che l’ultimo avesse un’idea decente.
Le tre Grazie sono ormai universalmente ricordate come Grazia, Graziella e Graziealcazzo, non un segno indelebile nella storia.
Quell’altro ha rinnegato Gesù tre volte prima che il gallo cantasse (nottataccia eh, Peter? Lo so, lo so, mai esagerare col vino a tavola, nemmeno se è santo).
La Triplice Alleanza non è una case history di successo.
Le Destiny’s Child si sono lasciate.

Qualcuno però un giorno ha deciso di ignorare tutti questi inquietanti segnali disseminati lungo la storia dell’umanità per dedicare al numero tre addirittura una disciplina sportiva.
L’ha chiamata triathlon.

Troppo nuoto, da solo, era noioso.
Troppa bici ti faceva venire male al culo.
Troppa corsa faceva uscire le vesciche.

Allora perché non farle tutte insieme, queste tre attività così divertenti?

O perché impegnarsi a fondo in una disciplina sola, con tutti i traumi psicofisici richiesti per diventarne degli esperti, quando puoi farle in maniera anche mediocre tutte tre insieme e sentirti automaticamente molto figo?
Ecco, il triathlon.

Il triathlon è come un pasto completo – primo, secondo e dolce – ma servito da un cameriere che vuole che liberiate il tavolo più in fretta possibile, che c’ha il secondo turno da far sedere: uno dietro l’altro, senza fiato.
E’ come se viveste su un pianeta che vortica velocissimamente intorno al sole, con stagioni così brevi che vi tocca fare il cambio degli armadi due volte al giorno.
E’ come quelle giornate in cui dite che vi prendete un giorno di ferie ma vi tocca andare dal dentista, dal commercialista e all’anagrafe e quasi quasi rimpiangete l’ufficio.

Il triathlon è un grandissimo sbattimento, a guardarlo da fuori.
Sono mesi di allenamenti strappati alla vita quotidiana, alle ore di sonno, agli amici, alla compagna o al compagno.
E’ stanchezza, dedizione, privazioni, impegno, sudore.
E’ un sacco di soldi che se ne vanno, tra bici, muta, body, scarpe e accessori vari.
E’ l’ansia di montare per la prima volta un porta bici su una Smart – che siamo al livello del mistero insoluto del rapporto tra la massa e le ali del calabrone e del come cavolo fa a volare – e del vederlo scendere ogni volta che prendi un dosso in autostrada e dell’ansia di fermarsi ogni due autogrill a stringerlo e del capire finalmente, dopo qualche centinaio di chilometri in cui hai temuto le conseguenze penali del momento in cui la tua bici si sarebbe sganciata ai 130 km/h e sarebbe planata su una Multipla con dentro una famiglia con tre bambini, come andavano strette le cinghie perché non si allentassero.
E’ l’ansia dell’oddio farò figure di merda in zona cambio perché non so nulla dei regolamenti, oddio non riuscirò a sfilarmi la muta e ruzzolerò a terra come uno scarafaggio ribaltato, oddio frenerò alla prima curva in discesa in bici e tutto il gruppo mi sodomizzerà, oddio le onde, oddio le meduse, oddio prima che arrivi io al traguardo avranno riaperto le strade e mi troverò a correre in mezzo ai camion, oddio ma che devo davvero correre senza calzini, oddio gli altri c’hanno delle bici che costano il doppio del mio scooter e io c’ho la mia povera Bianchina che sì, in questo caso è una piccola bici da corsa della Bianchi ma, nomen omen, alla fine ti senti proprio come Fantozzi catapultato in mezzo agli spartani di 300.

Ma poi arrivi lì, nel mio caso a Portovenere.
E come mi è capitato a ogni esame universitario, a ogni colloquio di lavoro, a ogni grande passo della vita, e come dicono capiti nel pieno dell’occhio del ciclone ecco, la magia.
Tutto si calma. Tutto, improvvisamente, fluisce. Torna la lucidità. Tutto è fattibile.
La gente è normale, al massimo un po’ più tatuata, un po’ più muscolosa e un po’ più depilata di un normale campione di popolazione italica.
Giudici e volontari ti guidano come medici e infermieri in una programmatissima giornata di day hospital.
Non sai niente di quello che dovresti fare, ma, come a scuola e per di più senza paura di essere punito, puoi copiare. Osservi discretamente gli altri e ne replichi le movenze, l’organizzazione della zona cambio, l’assetto della bici, la disposizione degli oggetti.
E’ tutto facile, cavoli, non è quell’inferno caotico e criptico che ti aspettavi.

Poi c’è la gara. Ma il bello del triathlon, come della corsa, è che se non sei un agonista professionista, la gara è solo ed esclusivamente con te stesso. Te ne fotti di quello che fanno gli altri. Certo, non fingiamo, più te ne lasci alle spalle, più il tuo senso di gratificazione è appagato, ma sostanzialmente il risultato è arrivare. Farlo. Esserci.
Con gli altri, non contro gli altri.
Insomma, se dovessi descrivere calcisticamente il mio risultato, se fossi insomma una squadra che avesse partecipato a un triangolare, il tabellino segnerebbe una sconfitta (il nuoto, una fatica immane e un tempo infinito) e due pareggi (bici e corsa, dignitosi ma nulla più).
‘Na merda, insomma.
Ma il bello è che il calcio qui non c’entra niente e i numeri c’entrano poco.
Io mi sono divertito.
Io ero felice.
Io ce l’ho fatta.

Ho goduto del contatto tra le mie braccia stanche e quelle salde dei due volontari che mi hanno aiutato a uscire dall’acqua alla fine della frazione di nuoto, ho goduto dell’emozione di alzare lo sguardo e vedere la mia ragazza che mi incoraggiava lì, a un metro dalla riva e mi aveva aspettato anche se ero uno degli ultimi. Ho corso incerto sulle gambe ma saldo nella felicità verso la mia bici, l’ho inforcata, ho addentato il monte di Portovenere e l’ho scalato al mio ritmo, che non verrà ricordato nella storia del ciclismo, ma che rimarrà per sempre in quella dei momenti più belli della mia vita. Ho ringraziato tutti volontari che mi indicavano la strada e che stavano lì sotto il sole a ricordarmi di rallentare prima delle curve più difficili. Ho goduto nel tornare alla zona cambio, mettermi le scarpe da corsa (sì, senza calze) e cominciare, finalmente, la cosa che so fare meglio: correre. Avrei baciato la ragazza che mi ha allungato una spugna per rinfrescarmi, che c’erano trenta gradi domenica pomeriggio. Ho dato il cinque a due bambini che mi hanno regalato una bottiglia d’acqua. Ho corso zigzagando tra i turisti ignari che affollavano i vicoli di Portovenere, invidiando, sì, da morire i loro gelati e le loro Sprite fresche ma senza mai in fondo, nemmeno per un attimo, desiderare di scambiare il mio destino con il loro. Ho volato nei 200 metri finali di salita, ho attraversato il buio di un arco e, come se nascessi in quel momento, ho visto di nuovo la luce ed era la piazza ed era l’arrivo e ho alzato le braccia e ho visto la mia ragazza e mi veniva da piangere e non l’ho fatto solo perché avere un groppo in gola in quel momento mi avrebbe, letteralmente, soffocato e ucciso, ché la mia situazione respiratoria era già abbastanza sotto pressione.

E, davvero, in quel momento la dimentichi tutta la fatica di quei mesi di allenamento, quelle ore rubate, quei soldi spesi, quella paura che hai avuto fino al fischio iniziale, quella prestazione sportiva oggettivamente discutibile che hai appena sciorinato.

Sei il campione.
Il tri-fottutissimo-campione.
Di te stesso.
Ma è già abbastanza.

P.S. Lo voglio rifare, subito.