Ci sono cose che si possono benissimo fare da soli, ma che la maggior parte della gente considera più piacevoli da fare in compagnia.

Tipo mangiare al ristorante.

Tipo andare al cinema.

Tipo il sesso.

 

Poi ci sono attività relativamente alle quali lo scontro solitari vs compagnoni è più dibattuto.

Correre è una di queste.

 

Si cerca la compagnia correndo per una gamma di motivi che vanno dall’insicurezza personale al puro piacere della condivisione, passando attraverso la necessità di stimoli, la voglia di imparare e il desiderio di costruire qualcosa che vada al di là del puro atto di correre.

In questo calderone degli amanti della corsa social c’è di tutto anche quanto a tipi umani: quello che da solo non si alzerebbe mai dal letto per uscire alle 6 del mattino (o dal divano alle 8 di sera); quello che, una volta uscito, non saprebbe dove andare; quello che altrimenti si annoia; quello che spera di carpire segreti all’amico più bravo; quello che, banalmente, ama il gruppo; quello che spera di cuccare (quello c’è sempre, anche se mascherato da compagnone innocuo).

 

La corsa concepita come esperienza condivisa genera:

mostri: mai condiviso i chilometri peggiori delle vostre gare, quelli in cui vi fa male ovunque e siete concentrati solo sul sopravvivere, con un gruppo di pisani che urlano, si fanno gli scherzi e cercano di tirare in mezzo la gente? Io sì e non sono mai stato più vicino all’idea di omicidio.

cose belle: la possibilità di condividere l’esperienza unica di una maratona senza la difficoltà di correrla tutta, ovvero la meravigliosa invenzione della staffetta, fiore all’occhiello, ad esempio, della Milano City Marathon.

cose splendide: una su tutti, li conoscete i Podisti da Marte e le loro missioni? Ovvero, come dare un senso, vero, alla condivisione della corsa.

 

Poi c’è la corsa solitaria.

 

Anche dietro ad essa si nasconde di tutto: quello che si vergogna perché è troppo lento, troppo grasso o troppo inesperto; quello, al contrario, troppo arrogante, cui non va di settarsi su ritmi altrui; quello disorganizzato, che corre quando riesce e non ce la farebbe mai a coordinarsi con gli orari di un gruppo; quello che, semplicemente, ha bisogno di ritagliarsi un momento tutto suo, per stare da solo con il rumore del proprio corpo in movimento.

La corsa solitaria non genera amicizie, non genera condivisione di consigli ed esperienze e spesso genera più lentamente miglioramenti nelle performance.

Ma genera la bellezza e lo stupore di momenti unici (l’alba invernale su una strada deserta, il fendere la pioggia in una città addormentata); genera la consapevolezza orgogliosa della propria unicità; genera uno spazio di libertà che ha un prezzo incalcolabile; genera, Dio lo benedica, un sacro momento di disconnessione.

 

E, in tutto questo, io come la penso?

Ammesso che vi freghi qualcosa di saperlo, io declino in versione corsa lo stesso tentativo di equilibrio tra socialità e solitudine che cerco di mantenere nella mia vita in generale.

 

Ovvero: vi amo, gente, ma non troppo.

Ho un approccio complesso alla socialità: adoro i miei amici, ma sono anche quello che, per dire, si è davvero commosso al cinema una volta sola ed è stato di fronte a Into the Wild.

Per dire, eh.

 

Io la vedo così: condividere tutto è pornografia.

Non lascia nulla all’immaginazione.

Quindi, quello che cerco di fare è mantenere un microfono costantemente aperto con il mio Cristiano interiore e ascoltare i mugugni della sua testa e del suo stomaco, provando ad isolarmi dal rumore di fondo di un contesto che, se lo assecondi troppo, finisce per proporti un seducente programma all inclusive di attività condivise 24/7 da cui non riesci a uscire più.

Che altrimenti hai paura di risultare maleducato, asociale. Paura di ritrovarti, a un certo punto, solo.

 

Vale anche per la corsa.

E allora mi doso, senza programmazioni, ma di puro istinto. Condivido esperienze, se ho le energie – di voglia e di entusiasmo – per far sì che la mia presenza in mezzo agli altri abbia un senso.

O, alternativamente, mi ricarico, ritagliandomi momenti più o meno lunghi di solitudine, per tornare nel mondo tra un po’, una volta pronto.

 

Soprattutto nella fase ricarica, la corsa mi aiuta tantissimo. La corsa buia, di un mattino presto o di una sera tardi, la corsa piovosa, la corsa gelata, la corsa delle serrande abbassate e dei parchi disabitati, la corsa dei cani infreddoliti e dei proprietari addormentati, la corsa del 25 dicembre e quella del primo gennaio, la corsa in posti che non ho mai visto e la corsa dei posti in cui potrei avanzare ad occhi chiusi, la corsa senza telefono al seguito, senza musica e persino quella totalmente nuda di quando non ti porti nemmeno il gps per sapere quanto stai facendo e a quanto stai andando.

 

E’ lei, quella corsa solitaria, che, assolto il suo compito di rigenerarmi a colpi di falcate nel silenzio, mi fa venire voglia degli altri e di condividere il mio running con qualcuno.

La voglia di spronare un amico o essere spronato da lui, la voglia di raccontarsi la giornata facendo su e giù per il Naviglio, la voglia di programmare una gara insieme, la voglia di conoscere altri portatori sani della stessa malattia podistica.

La voglia, anche, di tenere un blog come questo.

 

Ed è allora, arrivandoci auspicabilmente un po’ prima di quando c’è arrivato lui, quando sei pronto a condividere davvero un’esperienza e non lo fai solo perché è dovuto, che capisci quello che ha capito il mio amico Chris McCandless di Into the Wild.

 

Happiness only real when shared.