Domenica 23 marzo era in programma la Milano-Sanremo. Ancora una volta l’ha vinta uno straniero, l’Italia non riesce a centrare il successo da otto anni, dalla volata di Fabio Pozzato nel 2006.

E’ uno smacco per il nostro ciclismo perché la Milano-Sanremo è la corsa in linea più importante che si corre nel nostro Paese insieme al Giro di Lombardia. Nel mondo solo altre tre gare di un giorno sono considerate altrettanto prestigiose: Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, Liegi-Bastogne-Liegi.

Quella stessa sera la cronaca della corsa è stata relegata in pochi secondi lungo i titoli di coda della Domenica Sportiva, la più storica delle nostre trasmissioni sportive. Chissà che non esista una correlazione tra questi mancati successi e il seguito sempre più limitato che viene dato al ciclismo in Italia (al di là delle dirette delle molte gare trasmesse dalla Rai stessa), un discorso che vale anche per molti altri sport al di fuori del calcio. Ormai il calcio si è mangiato tutto a livello informativo, in un modo che inizia sinceramente a stomacare anche molti appassionati di calcio. Perché il dilagare dell’informazione pallonara non passa attraverso servizi con immagini, racconti, storie, gol, dribbling e giocate spettacolari di uno sport che ha livelli di bellezza ineguagliabili, ma tramite un oceano di discussioni, peraltro quasi esclusivamente incentrate sulle grandi squadre. Più o meno è andata così anche quella sera con una scaletta che ha spinto la Milano-Sanremo sui titoli di coda. Non si è visto il Turchino, non si è vista l’Aurelia, non si è visto il mare, si è visto solo per pochi secondi lo scatto di Nibali sulla Cipressa e la volata finale dominata dal norvegese Kristoff.

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E’ vero che il ciclismo ha perso credibilità per gli innumerevoli casi di doping. Ma questo non può bastare per ignorare un evento. Al massimo dovrebbe spingere a trattarlo in un altro modo, ad esempio dicendo quanti ciclisti con una squalifica per doping nel loro passato erano al via. Oppure a ragionare sulla velocità media per approfondire certe dinamiche. In ogni caso non sembra che esista una correlazione tra credibilità e spazio dedicato al calcio, che continua a beneficiare della stessa visibilità nonostante Calciopoli, scandalo scommesse del 2011 e altre situazioni simili. In realtà questa sproporzione mediatica è solo la conferma di una tendenza di fondo (comune a tutta l’informazione sportiva) che è quella di dirigersi verso gli sport economicamente più ricchi con diritti tv venduti a cifre stratosferiche, concentrandosi oltretutto su quegli aspetti che permettono lo sviluppo di un dibattito più o meno polemico.

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Ma così va a farsi benedire la tradizione dello sport nella quale occupa una parte fondamentale la storia di una corsa che ha soprannomi poetici – la “Classica di Primavera”, la “Classicissima” – e un chilometraggio quasi mai variato dalla prima edizione del 1907. Quei 298 chilometri che uniscono Via Chiesa Rossa a Milano a Via Roma a Sanremo sono un riferimento mitico, presente nella testa di ogni ciclista, dai campioni agli amatori. Quel percorso affascina perché è l’ideale punto di contatto della pianura delle fabbriche col suo mare più vicino. I ciclisti, a modo loro, quel giorno fanno quello che milioni di italiani fanno decine di volte nella loro vita: vanno al mare in Liguria nel fine settimana. Costeggiano i Navigli, attraversano le risaie del pavese e i silos di grano dell’alessandrino, si inerpicano sul Turchino e vedono il mare.

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Quel percorso fotografa una pagina della nostra storia e tiene insieme abitudini ormai secolari. La Milano-Sanremo è talmente universale da andare oltre il ciclismo. Per questo motivo, quando racconti a chi non è appassionato di sport che vai a seguire per lavoro la finale di Champions League, ti dice “buon viaggio”. Ma se dici che vai a seguire la Milano-Sanremo, gli brillano gli occhi perché quella corsa è comune alla vita di tutti. E’ la grandezza di questo sport, l’unico ad avere come sfondo e palcoscenico storia e geografia di un Paese, un onore che il ciclismo moderno dovrebbe saper onorare in altro modo. Una mancanza che però non può bastare a relegare la Classica di Primavera ai titoli di coda.