C’è vita sul pianeta tennis oltre Novak Djokovic. E pure oltre Roger Federer. A voler esser sintetici è questo il messaggio che mi arriva dritto dritto sul taccuino dall’ultima edizione degli Internazionali d’Italia di Roma, vinti da Andy Murray in finale sul serbo. Chiariamo il messaggio. Punto uno: il circuito Atp non è morto per la tirannia tecnica e agonistica di Nole, che resta pur sempre e ampiamente il numero uno. Il torneo di Roma ci ha detto però che ci sono diversi aspiranti usurpatori al trono che rendono il tentato ‘regicidio’ interessante: da Murray, che ha festeggiato nel miglior dei modi il suo compleanno con un trofeo prestigioso senza perdere un set in tutta la settimana, a Kei Nishikori, che ha fatto sudare le tradizionali sette camicie in semifinale a Djokovic, fino a Rafal Nadal, che ha lottato nei quarti alla pari con Nole.

Non a caso, gli ultimi tre Masters 1000 sulla terra sono stati conquistati da altrettanti giocatori: Montecarlo da Nadal, Madrid da Djokovic e Roma, appunto, da Murray. Insomma, almeno sulla terra non c’è un dominatore assoluto. Notizia decisamente intrigante se si guarda al Roland Garros al via tra qualche giorno. Certo, c’è da dire che Djokovic non è stato fortunatissimo a Roma: combattere contro Nadal, Nishikori e Murray nel giro di tre giorni non è proprio la fase finale che uno si sogna per sperare di vincere agevolmente un Masters 1000. E infatti domenica contro il britannico, Nole era nervoso e meno reattivo del solito. Capita.
Punto secondo. Recentemente pure io m’ero lamentato non poco della qualità del tennis visto nel circuito, specie da quando Roger Federer s’era assentato per una serie di malanni assortiti. Negli ultimi tempi avevo visto spesso partite noiosette, con giocatori che esibivano un tennis un po’ tutto uguale e monocorde. Nella stagione primaverile sul rosso e in particolare a Roma, invece, s’è visto molto di più, come se improvvisamente la terra avesse consigliato a tutti di cercare qualche alternativa tecnica e tattica. Così si è assistito a diversi match intriganti, non solo tra i Big ma pure con protagonisti giovani come Dominic Thiem, Nick Kyrgios e Sasha Zverev, tre nomi che a breve ritroveremo nei top dieci.
Apprezzabile anche il torneo femminile che, pur senza italiane a ‘trainarlo’, ha visto il successo di Serena Williams. La statunitense, dopo i dolorosi ko di US Open 2015 e Australian Open 2016, è tornata a fare la voce grossa, battendo in finale una delle sue ‘presunte’ eredi, Madison Keys, e alzando così il suo quarto trofeo capitolino.
Passando invece alle note negative, sono riassumibili in due nomi: Federer e tennis italiano. Roger è arrivato a Roma ancora acciaccato alla schiena dopo il forfait di Madrid, ha vinto contro Zverev di puro talento e ‘nome’ ma contro Thiem ventiquattrore dopo sembrava una delle statue che adornano il campo Pietrangeli: ovvero splendido, elegante ma non proprio il massimo della mobilità. Ed è arrivata la prevedibile sconfitta. Speriamo che lo svizzero sistemi i guai dorsali e non tanto per Parigi, dove parteciperà perché a uno Slam non si può dire di ‘no’ ma dove non ha grosse possibilità di vittoria. Piuttosto Roger spera di mettersi a posto per gli appuntamenti sull’erba e sul cemento estivo, che tra Wimbledon, Olimpiadi e US Open, rappresentano i suoi principali traguardi stagionali insieme al Masters di fine anno.
Peggio ancora che a Federer è andata al tennis italiano, che a Roma ha colto il tutt’altro che qualificante record di nessun giocatore qualificato al terzo turno, ‘fattaccio’ mai accaduto prima agli Internazionali d’Italia nell’Era Open. L’unico a vincere una partita è stato Andreas Seppi, favorito dal sorteggio che l’opponeva al canadese Vasek Pospisil, giocatore da terreni veloci e non certo da ‘rosso’. L’altoatesino ha poi perso nel turno successivo da Richard Gasquet ma considerando che era al rientro dopo un lungo stop per problemi all’anca, non gli si poteva chiedere di più.
Per gli altri, invece, solo sconfitte: apprezzabili per la prestazione da parte di qualche giovane o esordiente come Marco Cecchinato, Lorenzo Sonego e Salvatore Caruso o qualche veterano come Filippo Volandri, meno accettabile per giocatori come Roberta Vinci, Sara Erani e soprattutto Fabio Fognini. Il ligure ancora una volta s’è reso artefice di una prestazione nella quale ha messo in mostra più il proprio nervosismo che l’indiscutibile talento. E pensare che tra le protagoniste del torneo c’è stata proprio la sua compagna Flavia Pennetta, cui Roma ha riservato una bellissima festa d’addio alla carriera. Speriamo che il già programmato matrimonio (religioso, quello civile c’è già stato) faccia mettere prima o poi la testa a posto al buon Fabio…