PARTE 1: Se volete due indicazioni su Ostrava (città della manifestazione) e qualche chicca sulle competizioni Master, questo articolo bellissimo (il fatto che stia facendo una marchetta a me stesso è assolutamente casuale) spiega tutto con sobrietà e classe.

Dopo un tragitto auto-aereo-autobus-treno-taxi (ho provato anche a prendere il risciò, ma c’era una lista d’attesa di due giorni) di dodici ore complessive giungo trafelato alla Tatran Arena, dove la Over 50 ha appena finito il primo quarto con la Lettonia. Mi siedo in panchina, di fianco a Roberto, fisioterapista. Durante un time out mi si siede vicino Flavio Carera. A quel punto Roberto,

Sai chi è quello?
Ovviamente sì.
Ma come giocatore di basket?
Beh, certo.
Allora non sai un cazzo.

La Nazionale Italiana

L’Italia si è presentata ad Ostrava con l’obiettivo non dichiarato ma sottinteso di portarsi a casa più medaglie possibili nelle tre categorie in cui partecipava (Over 40-45-50 maschili), alla luce della storia recente fatta di otto ori tra Europei e Mondiali. Mi sono avvicinato al gruppo (raggiunto in ritardo di tre giorni) con una riverenza assoluta. Prima di tutto per i nomi coinvolti, un po’ per averli visti negli anni passati durante le mie peregrinazioni al soldo di quotidiani cremonesi, un po’ perché nomi come Marco Solfrini o Flavio Carera, giusto per citare i primi due che mi vengono in mente, era impossibile non conoscerli per uno un minimo appassionato a questo sport, seppur con qualche anno in meno di loro. Ma soprattutto mi ero avvicinato con riverenza perché essere atleti non è facile a venticinque anni quando lo fai per lavoro e devi sottoporti a un buon numero di sacrifici, esserlo a cinquanta quando nella vita ormai fai dell’altro e per poter partecipare (e vincere) competizioni europee e mondiali sei costretto a prenderti pure le ferie è ancora più complicato. E ammirevole.

Come se non bastasse, l’allenatore è un certo Alberto Bucci. Potreste averlo già sentito nominare, se vi è capitato di leggere e guardare della pallacanestro negli anni. E dico potreste, perché tre scudetti, quattro Coppa Italia, una Supercoppa e QUELLA finale scudetto persa alla guida di Livorno contro la Philips Milano potrebbe essere un curriculum sufficiente a dirvi due o tre cose di chi stiamo parlando. In effetti al momento delle presentazioni, appena arrivato ad Ostrava, mi ero trovato un attimo in difficoltà, non sapevo bene se far finta che fossimo entrambi due esseri umani di pari dignità e autorevolezza, pur sapendo che non ci avrebbe creduto nessuno, o scoprire fin da subito le mie carte e prostrarmi a terra in caso gli servisse un tappeto umano per camminare sopra le pozzanghere.

Un carattere forte, a tratti spigoloso ed esplosivo (vederlo inveire contro atletoni di cinquant’anni come se stesse trattando con il bambino cicciotto che ha appena finito due sacchi di Pan di Stelle è una di quelle cose che andrebbero spiegate sotto la parola “impagabile”), ma soprattutto un carisma terrificante. Un trascinatore e un motivatore, un uomo enorme in mezzo a grandi uomini.

allentatore-nazionale-italiana-master

In questo senso passare sette giorni in compagnia di 30 atleti Over più lo staff e assistere ai campionati europei è stato avvilente: avere di fronte costanti dimostrazioni che si può avere una cura incredibile per il proprio corpo e mantenere una forma strepitosa senza per questo rinunciare ad essere dei meravigliosi cretini è stato un boccone durissimo da mandare giù, per uno che dopo due 3vs3 a metà campo con difese pacifiste è costretto a chiamare l’intervento del medico, del massaggiatore e dell’esorcista per rialzarsi in piedi.

Lo so cosa state pensando:

Sì ma questi per arrivare a 55 anni in condizioni di forma del genere di sicuro hanno condotto una vita di privazioni.

Termina la sfida con la Lettonia (vittoria abbastanza agile di una ventina di punti) e si avvicina inesorabile l’orario di cena. Io provo timidamente a far notare che alle quattro di mattina ero su un’autostrada in Pianura Padana e ora sono a cinque chilometri ad est di Mordor, ma vengo catechizzato da gente con qualche anno più di me con un non rompere le palle, riposerai da morto.

Sono vicino al collasso ma finalmente si gioca sul mio terreno. Adesso gli faccio vedere che anche essere un atleta di merda ha i suoi vantaggi, penso con un minimo di orgoglio pensando alla cascata di birra che mi aspetta di lì a poco.

Il tempo di sedermi, prendere il menù e cominciare a leggerlo che quelli di fianco a me stanno già brandendo mezzo litro di Pilsner Urquell a testa con intenzioni bellicose. Se l’erano portata da casa. Ce l’avevano in borsa o sotto quei maglioni giganti. Per forza. Nemmeno l’ho vista entrare la cameriera, figuriamoci prendere ordinazioni.

Non faccio in tempo a chiedere dove abbiano imparato a far comparire birra dal nulla (abilità in cima alla mia wish list su Amazon) che iniziano a sventolare il bicchiere vuoto alla cameriera con quel piglio da la prossima volta portaci il boccale da un litro. E possibilmente che non sia bucato.

Li guardo con un misto di ammirazione e sincero spavento, dopodiché raggiungo la pace interiore: mi rendo conto di trovarmi davanti ad esseri superiori scesi sulla terra per catechizzarci a suon di pinte e triple. Accetto serenamente il verdetto del campo, tiro fuori il blocco note e mi metto a prendere appunti come se la professoressa avesse appena detto questo lo metterò nella verifica.

Il giorno dopo la Over 45 gioca contro la Grecia. Unica delle tre formazioni in campo quel giorno, giungiamo al palazzetto (traduzione automatica di google translate che sta per palestrina fatiscente tenuta in piedi con lo scotch e tanti buoni sentimenti) con un po’ di anticipo e assistiamo alla conclusione di questa meraviglia:

lituania-usa-over-70

Lituania – USA Over 70 – Ci sono stati anche dei contropiedi. Senza morti.

Rimango talmente estasiato da questi nonnetti che giocano, si spintonano e soprattutto corrono più di quanto io non abbia mai fatto dopo un mese di preparazione atletica, che mi accorgo solamente a distanza di due giorni che in campo c’erano gli Stati Uniti durante un Europeo. Mi spiegano poi che quella, come altre delegazioni, era stata invitata come ospite e che pertanto non faceva classifica. Insomma, il classico gruppo di settantenni che si fanno ottocentoventi ore di viaggio (punto un euro sul fatto che non abbiano trovato il volo diretto New York-Ostrava) per il puro gusto di incontrare qualche vecchio amico conosciuto magari ai mondiali precedenti.

La partita si conclude con la vittoria di un punto di una delle due, nemmeno mi ricordo a favore di chi, onestamente non è che il risultato in quel momento fosse il dettaglio su cui fossi più concentrato.

L’Italia Over 45 finirà la partita dando un divario alla Grecia vicino ai cinquanta punti. Indipendentemente da un avversario che evidentemente era lì principalmente per le birre a novanta centesimi (ogni volta che ci penso mi vengono gli occhi a cuoricino), ho il primo veloce assaggio della squadra che finirà poi per vincere la medaglia d’oro, DOMINANDO ogni avversaria (a parte una, casualmente italiana pure quella). Non solo, mi confermano la veloce impressione che già mi ero fatto il giorno precedente con la Over 50. Non c’è stato un solo incontro (sconfitte comprese) in cui le delegazioni azzurre non siano sembrate nettamente più giovani dei coetanei avversari. Questo fatto mi ha messo in crisi per un paio di giorni, tanto che mi sono figurato nella mente alcune ipotesi:

1. Prima di andare a letto gli italiani usano leggere un buon libro e bere il sangue di cento vergini.
2. La dieta che attuano all’estero superati i 35 anni prevede consumo giornaliero di benzina, copertone (possibilmente marinato) e scaglie di cemento armato. E se sgarri pugni sui denti e bagno nell’olio del McDondald’s.
3. Non sa/non risponde.

Come spesso accade, la risposta più corretta non è altro che quella più ovvia e mi sono bastate un paio di sere ad Ostrava per scoprirla: prendete dei russi o degli ucraini (da sempre tra le nazionali over più vincenti, insieme all’Italia) di due metri e dieci Over 40 (che significa anche Over 60, in qualche caso) e dategli in mano qualche bottiglia di vodka. E poi consigliamo ai deboli di cuore di virare su spettacoli meno spaventosi, tipo l’Esorcista o Shining.

Nella prima parte accennavo a una programmazione del calendario sotto effetto di stupefacenti: tutte e tre le squadre italiane si qualificano per le semifinali, senza troppe sorprese. I 40 contro l’Ucraina, i 45 contro i connazionali dell’Italia B (chicca del regolamento: due squadre della stessa nazione non possono affrontarsi in finale, devono farlo necessariamente prima) ed i 50 contro la Russia.

Tutte e tre di venerdì. E ci sta, è giorno di semifinali. Tutte in palazzetti diversi, alcuni molto lontani tra loro. E ci sta un po’ meno. Tutte nell’arco di un’ora e mezza. E qui sono arrivate due o tre scomuniche per posta prioritaria.

I tre allenatori sono costretti a dividersi, Bucci con la Over 50 (la prima a giocare), Anzini con la Over 45 e Marinucci con la Over 40. Nonostante significhi perdere il derby, io seguo Bucci e i “vecchietti”, con il compito, tra gli altri, di chiamare un taxi per partire con il coach immediatamente dopo la fine della partita e raggiungere la Over 40 cinque secondi prima della palla a due, lasciando che il resto dei giocatori ci raggiunga con calma dopo la doccia.

pullman-over-50-ostrava

Mentre i 50 alla solita Tatran Arena (è l’unica di cui cito il nome in maniera ossessivo-compulsiva per il semplice fatto che le altre dopo una settimana non avevo ancora capito come pronunciarle senza evitare ammutinamenti della lingua) perdono di misura contro un’avversaria con cui avevano sempre vinto (ma non c’ero io a portare sfiga, oltre probabilmente a un calendario poco gentile che li ha costretti a giocare due giorni di fila), Bucci mi chiede di aggiornarlo sul derby ma senza farti sentire dai giocatori, dando sfogo al mio lato omertoso, foriero di non mi prende il telefono a ogni richiesta. Dopo venti minuti i “nostri” sono sopra di diciotto e uno pensa alla classica partita degli Over 45. Invece i messaggi che seguono sono sempre più allarmanti: +13, +8, +3. Ma erano anche in parità.

Ah beh, allora tutto a posto.

Di là manca un minuto che saliamo sul taxi per raggiungere i più giovani, impegnati nel riscaldamento. In taxi Bucci sembra Krakatoa: prima la Over 50 (abituata a collezionare ori con facilità) dovrà accontentarsi, nel migliore dei casi, di un bronzo, e ora la 45 rischia di farsi riprendere dai connazionali. In mezzo a tutto questo non mi prende più il telefono (stavolta per davvero, karma is a bitch), non arrivano più notizie dal “+1” e io nel dubbio comincio a scrivere ai miei genitori che gli ho voluto bene e che se gli racconteranno che me ne sono andato serenamente non dovranno crederci.

Bzz bzz. Finita, abbiamo vinto di cinque.

Sospiri di sollievo nell’abitacolo giallo, la soddisfazione e la certezza di avere almeno una delle tre in finale per l’oro (da favorita) e la non trascurabile consapevolezza che probabilmente sarei arrivato alla palestra successiva con ancora tutti gli arti attaccati.

Raggiungiamo con un pizzico di serenità in più i 40 che ormai stanno finendo il riscaldamento. Mi guardo intorno, vedo che rimane un minuto scarso di tempo, più che sufficiente per prepararmi psicologicamente e profession… One beer please.

Purtroppo nemmeno la Over 40 alla fine si qualifica per la finale, nonostante un inizio devastante che aveva lasciato ben sperare. Troppo grossi e precisi alla lunga gli ucraini, contro una squadra, l’Italia, costretta (per proprie caratteristiche) a giocare in velocità in una palestra cortissima.

Uno pensa hanno programmato le tre semifinali nel momento in cui si erano accorti che era finita la carta igienica, per le tre finali andrà sicuramente meglio. E’ stato un caso.

Infatti: tutte nell’arco di un’ora in palazzetti diversi. Provo a chidere al centro informazioni turistiche di Ostrava se esiste un modo per teletrasportarsi da un posto all’altro, ma l’unica cosa che sanno dirmi è guardi che non esiste alcun centro informazioni turistiche ad Ostrava.

Stavolta mentre la 40 inizia la lotta per il bronzo contro la Serbia (quella di Milenko Topic) e la 50 contro la Lituania, io aspetto l’inizio della finale per l’oro tra Russia e Italia Over 45 (sì, la Russia è arrivata in finale in parecchie categorie). Mi dicono che dei russi c’è da temere soprattutto un tiratore, ma complessivamente non sembrano all’altezza della squadra di Bucci. Detto fatto e il tiratore infila le prime quattro triple che tenta, peccato per lui che in effetti la differenza di talento e gioco sia quasi imbarazzante, per trovarsi a una finale. Ma più che limiti dei russi, sembrano meriti dell’Italia: raramente mi è capitato di vedere formazioni così complete, organizzate, talentuose e altruiste in proporzione ai propri avversari. Un dominio che procede minuto per minuto, mentre mi arrivano aggiornamenti agrodolci prima dalla 40 (perso di tre, ma bella partita) e poi dalla 50 (MEDAGLIA DI BRONZOOOOO).

Appena prima di iniziare a festeggiare penso per un attimo che di sei partite tra finali e semifinali me ne sono perse tre, perché pensare di far giocare più partite in una stessa palestra o di non metterle in contemporanea probabilmente comportava l’utilizzo di troppi neuroni in quel momento impegnati nella visione di Spongebob ed improvvisamente mi sale il crimine, ma dura l’attimo di rendermi conto che sto assistendo per la prima volta nella mia vita a una medaglia d’oro europea, dal vivo.

E con le medaglie d’oro al collo vedo i 45, ma intorno a festeggiare ci sono anche tutti gli altri venti, alcuni di bronzo, alcuni quarti, con gli allenatori, lo staff, pure io che faccio finta di far parte improvvisamente di un gruppo di cui probabilmente non sono all’altezza. Ma non importa. Perché non è solo il festeggiamento di una squadra, è il festeggiamento di una filosofia.

medaglia-oro-italia-basket

Persone molto più influenti di me, sbattendo loro la porta in faccia, hanno detto qualcosa tipo Non rappresentate l’Italia.

Io per fortuna non conto un cazzo e non ho l’autorità o la competenza per stabilire cosa non possano rappresentare. Il fatto di aver vissuto insieme a loro per una settimana, però, credo mi dia la possibilità di affermare cosa, al contrario, rappresentino.

E’ molto semplice: quello che vorreste insegnare ai vostri figli, alla squadra che allenate. E non si parla di capacità tecniche, di fondamentali o di talento. Quelli ovviamente sono di altissimo livello, ma non è quello il punto, il talento non è una scelta, il fisico nemmeno e anche le capacità tecniche si possono allenare fino a un certo punto. Non parlo nemmeno di vittorie, che arrivano ogni anno con una continuità disarmante. Invece che un oro, un bronzo e un quarto posto potevano essere tre ori, potevano essere tre decimi posti.

Parlo di valori.

Dello sport, di quello che può creare, di quello che può insegnare e di tutte quelle incredibili, impagabili, emozioni che può regalarti. Amicizia. Entusiasmo. Voglia di mettersi in gioco.

Passione. Perché è solo la passione che ti spinge ad allenarti così duramente dopo trent’anni di carriera, sapendo che portare a casa grandi vittorie può significare dover spendere due settimane di ferie in città improbabili a correre, sudare e rischiare infortuni. Sfruttando ogni occasione buona per divertirsi e per dimostrare che si può essere cretini pur essendo delle persone serissime, quindi senza MAI dimenticare per un solo secondo cosa ti ha portato lì a quel punto, cosa ti ha spinto per tutta la carriera: la passione per il gioco, appunto.

Rappresentano, per farla breve, un esempio da scolpire nella pietra.