E’ stato difficile essere davvero felici per la vittoria di Vincenzo Nibali al Tour de France. Il siciliano ce l’ha messa tutta. E’ stato geniale nella sua azione a Sheffield alla seconda tappa, quell’allungo nel finale che di fatto gli ha permesso di vincere il Tour dopo poche ore di corsa. Forse è stata proprio quella mossa, unica e atipica nel ciclismo recente, che ha deciso la “Grande Boucle”. Poi Nibali è stato abilissimo sul pavé e con la pioggia: se non cadi vuol dire che sai stare in bici meglio degli altri, non che sei sfortunato (a meno che non arrivi una macchina contromano in gara o ti attraversi la strada un gatto, ma queste sono cose che capitavano solo a quella persona alla quale era impossibile non pensare mentre Nibali dominava in Francia).

nibali sul podioIl capitano dell’Astana è stato imbattibile in salita e preciso nel manovrare la squadra. Ha vinto, ma senza umiliare. Ha sorriso, ma senza rilasciare dichiarazioni da smargiasso. I francesi hanno messo in dubbio le sue prestazioni misurando watt e potenza, ma lui non ha fatto una piega. Nibali è stato perfetto ed è entrato nella storia. Settimo italiano di sempre a vincere il Tour dopo Bottecchia, Coppi, Bartali, Nencini, Gimondi e Pantani. Sesto ciclista di tutti i tempi a riuscire a vincere le tre grandi corse a tappe in carriera dopo Merckx, Hinault, Anquetil, Gimondi e Contador. Ed è bella la sua storia di messinese costretto a trasferirsi in Toscana giovanissimo per inseguire il sogno di diventare un campione, spinto dal padre ex ciclista dilettante: due famiglie per poter diventare un fuoriclasse delle due ruote. Le salite della Toscana al posto di quelle delle prime gare al di là dello Stretto. E poi la sua buona educazione, la sua eleganza giù dalla sella, figlia anche di un fisico particolare per un ciclista: 1.83 per 63 kg, alto e affusolato. Qualcosa che tiene insieme tutto: lo scalatore, il passista, il finisseur.

Fonte: www.mondociclismo.comMa non basta per essere felici. Perché quello vinto da Nibali è stato soprattutto il primo Tour vinto da un italiano dopo Marco Pantani. Sedici anni dopo, qualcuno ce l’ha fatta. E anziché rendere più allegri questo finisce per rendere più tristi. Perché riporta a galla quelle emozioni fortissime. Ogni tappa di Nibali in giallo costringeva a ripensare allo scatto di Pantani sul Galibier, quello squarcio in mezzo alla bufera. Sono momenti pazzeschi che appartengono più all’anima che allo sport. Quell’uomo gracile, col suo ghigno sofferente e portentoso, che parte in mezzo alla tregenda di un nubifragio alpino per piantare tutti e volare con un’andatura di una leggerezza prodigiosa. E lì non c’entra il doping o il ciclismo devastato di quegli anni. Lì c’entra che Pantani andava in salita come nessun altro negli ultimi 40 anni. Era diverso lo stile, la scenografia, la drammaticità. Era teatro, era già tragedia. Era la sofferenza mostrata al mondo tra sole, ghiacciai, rocce e temporali. Era un uomo che si distruggeva per noi sulle nostre montagne. E siccome andare in salita in bici è qualcosa che affascina la gente come poco altro (se scali un passo in bici, ti incita anche chi non ti ha mai visto prima) Pantani resta nel cuore di tutti.

Fonte: www.globalist.itE quel pomeriggio è storia d’Italia perché è stato il giorno in cui, scattando in salita su uno dei passi più famosi d’Europa, Pantani ci ha restituito il Tour. Tutti sappiamo dove eravamo in quel momento perché l’Italia era ferma ad aspettarlo. Difficilmente tra 16 anni sapremo dov’eravamo quando Nibali è scattato ad Hautacam. La tristezza era talmente forte che faceva quasi male vedere il messinese in giallo in televisione. Era come una nuova storia d’amore dopo il fidanzamento con la ragazza della tua vita. E’ bello, ma ti costringe a ricordare. E, se c’è una cosa che fa male ricordare, quella è la fine di Marco Pantani. Il primo a capirlo è stato proprio Nibali che, fin dall’inizio, ha promesso di portare la maglia gialla a mamma Tonina. Per questo Vincenzo ha vinto due volte, ma nessuno riuscirà mai più a vincere come Pantani sedici anni fa.