La primavera è quel magico momento in cui ognuno cerca di sfogare le proprie frustrazioni invernali come può. Soprattutto i tanti che, come il sottoscritto, stanno scontando i peccati di una vita precedente in cui erano degli assassini o dei politici, e sono stati puniti nascendo nella tenera, dolce e terrificante pianura padana. Dopo mesi in cui nel migliore dei casi le calzature più adatte erano gli scarponi da sci, basta un timido sole di quelli nemmeno troppo convinti per scatenare deliri di ordine collettivo. Chi si lancia verso lo specchio d’acqua non artificiale più vicino, chi dà sfoggio del proprio fisico modellato a suon di tagliatelle e costine di vitello sul balcone di un edificio di quindici piani disperso nell’hinterland milanese, chi invece cerca la prima distesa di cemento fornita di un paio di canestri, anche uno soltanto se proprio c’è crisi.

Il campetto, il playground se siete di quelli che anglofonizzano anche le tendine del bagno, è uno dei luoghi più democratici che possiate trovare sul suolo terrestre. C’è spazio per tutti: bianchi, neri, gialli, verdi, operai, dirigenti, universitari, liceali, barboni, uomini, donne, cani. Gente brava e gente meno brava, giocatori professionisti ed alcolisti professionisti, tutti uniti sotto un’unica bandiera. Qualsiasi discriminazione di tipo razziale, sociale, sessuale cessa di esistere nel momento in cui indossi una canotta, dei pantaloncini e ti presenti con un pallone in mano.

Il basket che si gioca ai campetti non è lo stesso basket che si vede nei palazzetti, nelle palestre di periferia. Non è migliore, non è nemmeno peggiore. È diverso. Ha regole differenti. Non esiste limite ai falli, non esistono cambi, il fallo lo chiama chi lo subisce – spesso nemmeno lo chiama – la palla la tiene chi segna. È una faccia diversa della stessa, favolosa, medaglia.

Il campionato nelle palestre è Jessica Alba, bellissima, statuaria, da copertina. Il campetto è Zooey Deschanel, la vicina di casa che con due occhi così ti chiede il sale, ti rompe la finestra perchè non l’aveva vista e si sbronza con te in cantina bevendo lattine di Finkbrau come se fosse Dom Perignon. Il playground è di e per tutti – qui finisce il paragone con Zooey, prima che vi venga in mente di andare sotto casa sua urlando “vieni giù che sei mia, l’ha detto un tizio su un blog!” – è accessibile, è mio, vostro, loro, suo.

Non succederà mai che qualcuno venga tenuto fuori perchè “troppo scarso”, e nel caso succedesse vi consiglio di cambiare campetto, quello non merita di esser chiamato tale. Tutti giocano e tutti devono sottostare all’unica legge di quel luogo: niente sconti per nessuno. Talvolta è un basket aggressivo, fisico e violento, eppure mai fine a sé stesso. È la rappresentazione più pura della pallacanestro, quella del più puro “love of the game”, dove non esiste alcun tipo di interesse che non sia quello di giocare, farsi del male, sudare, litigare, fare pace, ritrovarsi il giorno dopo e ricominciare.

Non è sempre rose e fiori, ci sarà sempre qualcuno pronto a non calarsi nello spirito giusto. Eppure quel luogo fuori dal tempo, fuori da ogni contesto sociale che non sia il proprio, sarà sempre pronto a riempirsi di persone pronte a sudare o semplicemente fermarsi a guardare, a creare un contorno imperdibile tanto quanto quello che succede in campo. Perchè pensare che possa essere un luogo ad uso e consumo di chi vuole esclusivamente giocare a basket vorrebbe dire commettere un errore madornale. Madornale perchè non fareste altro che perdervi qualcosa di bello, bellissimo. Che potrebbe rimanervi dentro, e chi lo sa, magari il giorno dopo ci sarete lì anche voi con una canottiera, un paio di pantaloncini ed un pallone in mano.