Rumori ticchettanti.
Apro gli occhi. E’ la pioggia.
Qui nel sud est asiatico piove sempre, lo dicono tutti.
Faccio lentamente pace con il buio.
Le 5 del mattino.
Questa camera d’albergo è così confortevole. Così familiare.
Sembra di stare a casa.
C’è anche il poster di Vertigo di Hitchcock, come da me.

Aspetta.
Faccio pace anche con il rincoglionimento.
Questa È casa mia.
I tempi di reazione sono quelli di un naufrago di Lost nella quarta stagione, quando nessuno capisce più dove cazzo stanno.

Certo, potevo anche capirlo subito.
La pioggia.
La pioggia del sud est asiatico è un cliché messo in giro dagli albergatori liguri per far restare la gente in Italia.
La pioggia estiva è Milano, un monopolio del made in Italy di questo 2014 padano tropicale.

Quindi niente, sono tornato. Locke e Sawyer, nella mia penombra assonnata, si strizzano un occhiolino complice.
Anche loro probabilmente avevano provato con le pasticche illegali di melatonina 6mg, ma ormai non basta nemmeno quella a dormire il sonno dei giusti e risvegliarti dove e quando vorresti.
Trentasei anni, ragazzo mio: scordati i sonni ristoratori di 12 ore.

Che si fa?
Beh, una lavatrice, tanto per cominciare. Anche se quegli effluvi umidicci che risalgono dal tuo zaino ti ricordano così tanto gli aromi della periferia di Kuala Lumpur e ti ci sei affezionato.
Ma igiene batte malinconia, si lava.
Muovendoti molto lentamente riesci a fare una lavatrice e tirare le sei.
E ora?

Sei un runner e qualche anno fa a Los Angeles hai scoperto la contromossa perfetta per sconfiggere l’insonnia ineluttabile che colpisce chi viaggia sul mappamondo da est a ovest.
Ça va sans dire, uscire a correre.
Ma diluvia ed è il diciannove-fottutissimo-di-agosto.
Appunto.
C’è odore di impresa e di corsa che ti ricorderai a lungo.
(non c’è il lungomare di Santa Monica, ma pazienza).

Ed è andata così.
C’è quella luce blu cobalto che ti annuncia con rassegnata autorevolezza che il sole, oggi, non sorgerà mai.
Dopo un minuto sei fradicio.
Dopo due minuti incontri il primo eroe, in K-way invernale e cane al seguito.
Il cane ha tutta l’aria di quello che, gli avessero chiesto un parere, avrebbe imparato a pisciare nel cesso pur di non uscire.
Di qui in poi incontrerai altre quattordici persone in dieci chilometri: sei spazzini dell’Amsa, tre baristi, due operai addetti ai sempiterni cantieri agostani, la signora della piscina di Via Solari che fuma annoiata e un paio di tizi in giacca e cravatta e ombrello, con il passo di quelli che stanno tenendo faticosamente in piedi da soli l’economia nazionale.
Li ho contati, non avevo nient’altro da fare.
Poi tu e quattro fantastiliardi di gocce di pioggia, che non so se riesco a spiegarvi il perché, ma è bellissimo.
Dovreste provarlo.
C’entra con il fatto che è una roba da adulti, liberi e indipendenti, prendere un’alba storta e farne una corsa assurda in un deserto piovoso.
Ma c’entra anche con il fatto di sentirsi bambini, entrando a due piedi in una pozzanghera, attraversando una strada allagata con il rosso, sorridendo umidi mentre si fa qualcosa che ha tutta l’aria di una marachella che andrebbe evitata.
C’entra con il fatto che stando a letto ti saresti immusonito, crogiolandoti nel ricordo di una spiaggia malese perfetta.
C’entra con il fatto che alzandoti, invece, stai facendo qualcosa di disperato e romantico per rinnamorarti del posto in cui, volente o nolente, ti tocca vivere. Come portare una rosa sotto la pioggia, a sorpresa, alla persona che devi riconquistare. La rosa è la corsa e la ragazza è Milano.
C’entra con il rumore della pioggia che si amplifica ogni volta che passi sotto un albero, con le foglie a fare da cassa di risonanza.
C’entra con lo sguardo stranito dell’automobilista che ti sta dicendo “Io devo, c’ho da lavorare, ma tu che cazzo ci fai su quel marciapiede? L’hai scelto? Perché diamine non sei a casa sotto un lenzuolo o al mare a fare colazione al sole?”
C’entra con il Parco Sempione tutto per te e il Castello ancora chiuso.
C’entra perché è una di quelle corse in cui non devi stare attento a niente e te ne puoi andare altrove con i pensieri e ogni tanto fai interi chilometri senza neanche accorgertene, tanto è tutto liquido e meravigliosamente confuso e tu stai sognando ad occhi aperti e umidi.

C’entra perché è la corsa.
E ci siete solo tu e lei, a lume di fulmine.