Il frinire della catena e lo struscio dei copertoni sull’asfalto delle salite alpine. E’ l’elemento che più rimane impresso del film Pantani, realizzato dal regista inglese James Erksine nelle sale italiane in questi giorni pieni di commemorazioni per i dieci anni dalla morte del fuoriclasse di Cesenatico.

Quelli sono rumori che fanno da sottofondo a ogni uscita in bicicletta, ma non si sentono in televisione durante le dirette delle tappe del Giro o del Tour. E quell’espediente sonoro è forse il tributo più bello alle gesta di Marco Pantani. Sono stati giorni nei quali tanti servizi giornalistici e speciali tv hanno indugiato ancora sulle incongruenze del test di Madonna di Campiglio, fatale al Pirata, e sui dubbi legati alle ultime ore di vita nella stanza del residence di Rimini nel febbraio del 2004. Quelli sono elementi importanti, che saranno ancora scandagliati da nuove ricostruzioni e magari nuove inchieste, fatti sui quali inevitabilmente si dirige la sete di giustizia dei familiari distrutti dal dolore. Ma quella che resterà per sempre di Pantani è la sua infinita capacità di regalare emozioni. E su questo è difficile avere opinioni differenti (da questo punto di vista, bellissimo lo speciale su Rai Sport con sei ore di sole immagini nel pomeriggio del 14 febbraio).

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Pantani ha emozionato l’Italia per anni. Lo ha fatto con la potenza dell’artista capace di inventare un copione mai scritto da nessuno in precedenza. Gli scatti in salita con le mani sulle parte bassa del manubrio, gli allunghi a 100 chilometri dal traguardo, la sua corporatura da scricciolo e i vestiti sempre larghi, la bandana, gli orecchini lanciati per alleggerirsi in salita, le fughe da solo, la retorica del Pirata, l’enorme seguito popolare dei suoi fan-club, le cadute e i recuperi infiniti. Pantani è stato unico perché è riuscito a portare i canoni di un’epica antica nella modernità. Affascinava perché aveva trascinato in un’epoca a colori le immagini in bianco e nero del ciclismo di Coppi e Bartali. Per questo aveva la solitudine dei grandi fuoriclasse, perché viveva a cavallo di decenni diversi. E per questo abbiamo pianto tutti per lui.

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Tutti sappiamo esattamente dove eravamo quando sono arrivate le notizie più terribili: la squalifica di Madonna di Campiglio e la fine di Pantani a Rimini. E tutti sappiamo dov’eravamo il giorno del primo scatto di Pantani, nella tappa dell’Aprica del giugno 1994, quando aveva ancora la maglia della Carrera e pochi sapevano chi fosse. E’ stato istintivo, un colpo di fulmine. Anche il modo in cui Adriano De Zan pronunciava il nome di quel giovane 24enne lasciava intendere che stava accadendo qualcosa di speciale. Quel giorno Pantani passava sotto le verande degli hotel dove andavamo da bambini per iniziare a diventare grande sul passo più mitico del mondo, lo Stelvio, la prima asperità di quel tappone concluso all’Aprica dopo il Mortirolo. E tutti sappiamo dov’eravamo nel giorno del Galibier nel luglio 1998. Uno scenario talmente onirico da far pensare a un sogno da fine del mondo: cielo plumbeo, pioggia torrenziale, il temporale estivo sulle Alpi, i volti sfigurati degli atleti in lotta per la classifica generale, il rivale Ullrich che scompare a 9 minuti di distanza nell’acquazzone infangato e stritolato dalla crisi di fame.

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Marco Pantani ha vinto il Tour de France in un giorno da Antico Testamento. Quella vittoria è uno stato dell’anima, rimanda a sogni tumultuosi e confusi, alla paura di perdere le felicità più belle. Non poteva vincere in una giornata diversa il Pirata, abituato a questo eterno duello tra la gioia e la disperazione. Sentimenti che lui stesso ha saputo descrivere con l’abilità di un poeta in quegli scritti lasciati sul suo passaporto nelle ultime settimane di vita: “Ma andate a vedere cosa è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza per cercare di ritornare con i miei sogni di uomo”. Pantani è stato, prima di tutto, un poeta-ciclista, che ha saputo imprimere questa creatività da artista alla sceneggiatura della sua carriera. Così diverso dagli altri campioni del ciclismo moderno: l’imperturbabile Indurain o il robot Armstrong. Erksine ricostruisce bene la rivalità tra l’americano e il romagnolo, nata dopo l’arrivo al Mont Ventoux al Tour del 2000. Il texano dimostra di essere quello che è: un caudillo privo di fascino, che pedala come un automa e vuole umiliare un fuoriclasse romantico come Pantani.

Il tempo ha reso giustizia. Finito il bluff, il ricordo delle imprese di Armstrong vale pochissimo. Quello di Marco è ancora immenso. Perché vinceva regalando emozioni, che è la forma più alta di generosità per uno sportivo: cercare il successo non pensando solo alla vittoria in sé, ma alla sceneggiatura da scrivere per raggiungerla. E in questo ulteriore elemento (inseguire il successo in una dimensione fascinosa) c’è il tributo alla gente, in questo caso assiepata dal giorno prima ai bordi delle salite o seduta per ore a casa davanti alla televisione (dopo Madonna di Campiglio nessuno ha più acceso la tv come prima per seguire una corsa ciclistica, lo ha fatto, ma sapendo che non si sarebbe più illuso di niente). Nel modo di correre di Pantani c’era la volontà di innestare sulla propria abilità innata di fuoriclasse una costruzione ulteriore: la bellezza e la trama romanzesca dell’impresa. E questo costa una fatica supplementare, perché aggiunge allo sport qualcosa di teatrale. Non è un caso che quei pochi atleti capaci di farlo finiscono per consumarsi in qualche modo. Di questo tutti dovrebbero essere grati a Pantani. E su questo è impossibile dividersi. E’ come se la sua anima fosse indissolubilmente legata alle nostre montagne e ai nostri passi alpini.

C’è un po’ di Marco su ogni chilometro di queste salite, da Oropa allo Stelvio, dal Galibier al Mortirolo. Fino alle colline della sua Romagna, quelle dove si allenava senza portarsi dietro nemmeno una borraccia. Preferiva bere alle fontanelle dei paesi che attraversava. E chissà quante frasi affettuose avrà ricevuto dalle persone sedute ai tavolini dei bar di quelle piccole piazze, che poi potevano tornare a casa a raccontare di avere visto Pantani. Mentre lui continuava a pedalare nella “torrida tristezza” per far piangere, prima di gioia e poi di disperazione, l’Italia.