Immaginate di lavorare tutta settimana otto/nove/dieci/passolamiafottutavitainufficio ore al giorno.

Magari non siete nemmeno di quelle persone che hanno un posto di lavoro a qualche minuto da casa, magari avete un’ora di treno, di macchina o di monopattino tra voi e quel luogo meraviglioso, fonte principe di ulcere e fuga coatta di capelli. Arrivate a casa che la massima attività fisica che vorreste fare è mimetizzarvi con la tappezzeria della poltrona, guardando programmi che stimolano l’attività cerebrale quanto un monologo di Bobo Vieri sulla situazione in Medio Oriente. Poi, improvvisamente, vi arriva una chiamata. E’ un vostro amico, un vostro compagno di squadra, perché oltre alle varie disgrazie che incrociate durante la vostra vita, tipo il lavoro, il riscaldamento globale e Barbara D’Urso, giocate pure in una squadra di basket. Di merda, per essere precisi.

La chiamata si sviluppa più o meno così:

Ciao, adoratore di idoli fallici.

Ciao, sacco dell’umido.

Sei stato convocato.

In questura? Giuro, pensavo fosse erba cipollina!

Alla partita, pezzo di cretino.

Ma se ho saltato gli ultimi tre allenamenti perché ero arrivato a casa da lavoro all’ora in cui di solito Tamika e Chantal finiscono il turno di notte in tangenziale.

Sei convocato lo stesso, l’ultimo allenamento eravamo in sette, contando anche il custode e suo nipote di sette anni che non ha ancora imparato a dire la esse. Mi ha stoppato due volte, tra l’altro.

Sarei un po’ stanco, tipo che se mi siedo mi risvegliano con le atomiche, e domani mi devo svegliare a sei e venti. Giochiamo in casa?

Più o meno. A Trezzano Bresciano a Mare.

Bresciano a Mare? Dov’è, vicino a Riccione Des Alpes?

Senza nebbia ci vuole un’ora e venti.

E con la nebbia di oggi? Ad un certo punto non vedevo le mie mani attaccate al volante.

Non lo so, io nel dubbio ho detto ai miei genitori che gli ho voluto bene.

Come sono gli avversari?

L’ultima volta abbiamo perso di trentasei, avevano un ragazzino di sedici anni di due metri e cinque che schiacciava staccando dalla panchina. E per panchina intendo quella che c’è nel bar sport di fianco alla palestra.

C’è qualche altro particolare che può rendere ancora più irresistibile questa trasferta?

La palestra non ha riscaldamento e gli spogliatoi sono stati ricavati da una stalla, ogni tanto in doccia entra qualche mucca che si è persa. Qualunque cosa succeda, evita il contatto visivo e andrà tutto bene.

A quel punto guardate il vostro divano, il soffice paradiso che vi si staglia davanti in tutta la sua morbidezza, il televisore pieno di programmi che farebbero imbarazzare una velina fatta di crack e magari anche una bella pastasciutta di quelle che digerisci in comode rate mensili. Poi pensi all’alternativa, ovvero subire molestie sessuali da Gene, la mucca di Trezzano Bresciano a Mare, appena dopo averne subita un’altra da un ragazzino di sedici anni che usa le bestemmie come virgole, il tutto sapendo che, al ritorno, nel migliore dei casi, sarete costretti a chiamare i parenti per dire che è stato bello conoscerli, ma vi siete persi a Silent Hill.

E capite che esiste una sola risposta possibile:

Passo a prenderti tra dieci minuti.

Perché vi ricordate che, sostanzialmente, siete dei cretini che adorate rovinarvi la vita appresso a quella palla da basket. E chissenefrega se la squadra fa schifo e voi ne siete degni rappresentanti, chissenefrega se vi riducete a dormire tre ore e a passare il giorno successivo con l’attività cerebrale di uno zombie di Resident Evil, chissenefrega se spendete 30 euro di benzina per prendere una ripassata da dei ragazzini bresciani di due metri, non smettereste mai di farlo, comunque vada.

Perfetto. Ah, mi ero dimenticato di dirti che siamo senza allenatore. Hanno beccato Gigi mentre cercava di andare in Svizzera con tre chili di erba cipollina. Ma non è un problema, ci pensi tu vero a fare i cambi?