La scorsa è stata la settimana più faticosa esaltante degli ultimi tempi. Sintetizzando, a Milano c’era la settimana del Fuori Salone, nell’aria sono esplosi tutti i pollini del reame (a cui sono rigorosamente allergico, uno per uno) e io ho cominciato ad allenarmi per il triathlon. Con un tempismo perfetto.

Iniziare con il triathlon dopo anni di monogamia podistica fa uno strano effetto.

E’ un momento inevitabilmente critico del rapporto tra te e la tua fidanzata corsa (non nel senso di femmina di Ajaccio).

 

“Amore, che hai? Sei strano”

“Ma va, sarà tutta quella gente con la faccia da designer finlandese che c’è in giro, mi disturba”

“Usciamo oggi? Una decina di km sul Naviglio, come piace a te?”

“Mmmh, con questi pollini? No, meglio di no dai. Facciamo domani”

“Amore, allora perché esci con la borsa sportiva?”

“Io, ehm, no, è che c’ho Zumba in palestra”

“Non ci credo, fammi vedere. E ti serve una cuffia da piscina per fare Zumba?”

“E’ AcquaZumba, una roba nuova dal Brasile”

“Mi stai lasciando?”

“No”

“Hai un’altra?”

“No”

“E allora che cazzo sta succedendo?”

“Senti (respirone), ti andrebbe di fare una cosa a tre?”

“Certo, coglione, potevi dirmelo subito senza fare tutta sta pantomima”.

threesome-corsa

Ok, con una fidanzata vera di solito la conversazione non finisce in questo modo.

Ma la corsa è molto più open minded e capisce i momenti di debolezza.

Quindi lunedì scorso sono uscito di casa rinfrancato alle 8 del mattino, con la mia borsa sportiva, e mi sono diretto in piscina.

 

L’ultima volta che ero stato in piscina, avevo pagato l’ingresso in lire.

Anzi, più probabilmente aveva pagato mia madre e all’uscita mi aveva comprato un gelato limone e puffo.

La tabella “Triathlon Sprint for Dummies Beginners” che avevo scaricato da internet cominciava subito con il maledetto nuoto.

 

Il nuoto.

Di Lunedì.

Si può immaginare qualcosa di più sadico?

Comunque.

Abbigliamento di Fantozzi al primo allenamento di nuoto: cuffia nera, ormai anelastica, d’epoca indefinita; bermudone lungo da surfista; niente occhialini (gentilmente prestati dal portinaio della piscina, impietositosi davanti alla mia imbarazzante excusatio non petita “E’ la prima volta che vengo”).

Mi calo in piscina evitando accuratamente la corsia riservata al nuoto veloce, ché preferisco condividere la mia prima volta con pensionati e signore attempate, quelli che rifiatano un minuto alla fine di ogni vasca e trenta secondi a metà e mi fanno sentire Michael Phelps meets Free Willy mentre li svernicio a velocità semi comiche per un osservatore esterno.

Scopro, nell’ordine, che:

1) la prima vasca è una figata. Il silenzio, l’azzurro che ti avvolge, l’acqua che ti accoglie tiepida e morbida

2) alla seconda vasca devi schivare la prima signora che avanza in retro a dorso zigzagando

3) alla terza fai conoscenza con un’amara verità: in piscina non puoi sputare. Cioè, la gente fa ben di peggio, ma sputare è ancora tabù. Sputare, che fa schifo ma che è un corredo quasi indispensabile della corsa, mi manca.

4) ho fatto i miei primi 100 metri. Eroe. Ora secondo tabella dovrei riposarmi per 15 secondi. Farei volentieri 15 minuti. Al bar.

5) che c’era scritto? Fare 5-10 volte i 100 metri. Ok, 5 è sufficiente per la prima volta. Quante mancano? 4 volte. Merda.

 

Sopravvivo.

Il martedì riposo però.

Non sono serio per niente: pensatelo ma non ditelo.

 

Il mercoledì facciamo la prima cosa a tre: io, la bici e la corsa. Sono eccitato come la prima volta che ho mangiato pizza e patatine fritte nello stesso pasto.

Esco alle 7.30. Preparatissimo. Mi ero guardato dei tutorial su You Tube per capire come fa la gente seria a fare il cambio tra la frazione di bici e corsa, durante le gare. Come se mi servisse, dato che io invece al ritorno dalla bici dovrò caricarmi il mezzo in spalla, fare un piano di scale, aprire le due ante della porta di casa – ché vivo in un edifico di ringhiera e da un’anta sola della porta la bici non ci passa – entrare, cambiarmi le scarpe, rifare le scale e partire. Mi impongo almeno di non fare nient’altro di quello che potrei fare passando a casa, tipo controllare Twitter o lavarmi i denti, per conservare un minimo di credibilità in quella fase di cambio.

 

Si parte. Dodici km a rotta di collo sul Naviglio Grande, slalomando tra installazioni del Salone, spazzini dell’Amsa e bottiglie rotte post movida, con la disperata consapevolezza che se bucassi, non saprei come cambiare la camera d’aria (ho guardato un tutorial anche su quello, ma non c’ho capito un cazzo).

Di nuovo a casa. Faccio tutte quelle robe di cui sopra, senza Twitter e spazzolino. Via, via, via, velocissimo giù a correre. Parto a razzo. Il triatleta dummy deve fare ben 2 km di corsa, secondo tabella. Il triatleta dummy però si crede figo e non conosce l’effetto della bici pre corsa. La bici ti fa tremare tutte le gambette, quando inizi a correre. Ma ce la faccio, confortato dal pensiero che durerà pochissimo. E dal fatto che lì accanto al parco c’è un panettiere e io ho, astutamente, cinque euro in tasca. In nove minuti finisco di correre e al decimo ho già in mano due crostatine.

Una per la colazione normale, l’altra per la colazione del triatleta che ha appena fatto il suo primo allenamento doppio. Non fa una piega. Ogni disciplina, una crostatina. Questa frase è talmente bella e fa talmente rima che credo diventerà il mio motto e campeggerà sulla mia tenuta da gara. Tipo così:

 frase-motto-triatleta

Giovedì: 8 km di corsa. Antico (e per questa volta di nuovo monogamo) amore. Scorrono via fluidi in pausa pranzo, come l’acqua che c’era una volta nella Martesana (perché dovete sapere che mentre nei Navigli fighetti hanno rimesso l’acqua per fare bella figura con i designer finlandesi, la Martesana, che al massimo la vedono i kebabbari turchi di Via Padova, l’hanno lasciata tristemente in secca).

Venerdì torno in piscina. Cenno d’intesa col portinaio che mi lancia gli occhialini con fare complice (tra gente che sta ai margini dello sport vero ci si intende), vasca terza età, 2×200 metri senza sputare, doccia (e a me sta cosa che nelle piscine comunali bisogna farsi la doccia col costume non va giù: abituato da anni a sventolarlo in giro per spogliatoi, oramai ero diventato un disinvolto e compiaciuto esibizionista), ufficio.

 

Sabato trippa, come da tradizione.

Domenica 15 km di bici. Chilometri che, per terminare coerentemente la mia prima settimana di grandissima e faticosissima dedizione alla Triplice, non ho fatto perché son stato tre ore fermo in coda sulla Torino-Milano.

Ma tornavo dallo stadio e, se sapete cosa ha combinato il Toro nei quattro minuti di recupero, capirete come mai di saltare un allenamento non me n’è fregato assolutamente niente.

 

Triplice fischio batte triplice sport, per una volta.