Qua-gliarella e Qa-rabag. Qua, insomma, si vince, mentre Edoardo si lecca le ferite e Marta va a cena fuori.

INTERISMI

di Max Multatuli

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Io mi rifiuto di continuare a guardare ‘sto strazio. Se cambia il punteggio per favore cambiate l’intro. Ah no, ha appena segnato Icardi. Vabbè la finisco di guardare.

Abbiamo capito a che serve D’Ambrosio. Due partite contro squadre demmerda, due goals.

2-0 per l’Inter e sei punti su sei disponibili nel girone più impronunciabile della storia del calcio mondiale.

Grande squadra il Qaracoso. Campione del campionato dell’Azerbagian. Un grande paese l’Azerbagian. Grande proprio. Famoso per le pecore, il petrolio e il negozio di Marinella.

Che poi io sarò igniorante, ma l’Azerbagian non è in Asia? Perché l’Inter, gloriosa e beneamata squadra europea, deve fare trasferte a inculapecorlandia per giocare contro il Qaracoso? Quali sono i confini della UEFA? O Platini, gran figlio di una juventina, quanto ti hanno dato i petrolieri dell’Azerbagian per far giocare le loro squadre di pastori e brasiliani improbabili contro calciatori veri.

Che poi non ce l’ho col Qaracoso in particolare. Se gli azerbagiani, tra l’inchiappettamento di una pecora e il cunnilingus di un’asina, vogliono tirare due calci al pallone, liberissimi di farlo. Mi chiedo solo perché debbano andarci di mezzo i miei giovedì sera.

Peraltro una squadra, il Qaracoso, dalla storia strappalacrime. Fu fondata anta anni fa, nella città di Qaracosa, poi la città di Qaracosa fu rasa al suolo durante una guerra terribile, e da allora il Qaracoso gioca a (inserire nome qualsiasi di paese dell’Azerbaigian) le partite di campionato e a Baku le partite internazionali.

Il Qaracoso, una squadra demmerda senza neanche una città. Qaracoso, la Juventus azerbagiana.

 

GRANATISMI

di Cristiano Girola

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Bilancio della settimana di Europa League per le italiane: 4 vittorie, 1 pareggio, 1 sconfitta.
La sconfitta è dei gobbi.
La sconfitta dei gobbi deprime il nostro ranking uefa ma ce ne faremo una ragione.
La sconfitta dei gobbi riapre il tema della pochezza europea di quella squadra lì e della pochezza di buon gusto del designer Nike che ha partorito quella splendida maglietta verde, di quel verde Pantone diarrea-dopo-indigestione-da-arrosticini-di-pecora.
La pochezza europea dei gobbi aveva illuso anche quei simpatici danesi che sono scesi ieri a Torino, convinti che tutte le squadre della città fossero del livello che avevano testato l’anno scorso in Champions.
Ma, amici danesi, due cose vi sono sfuggite:

  • La Giuventus non è una squadra di Torino. Al massimo di Venaria ma, se vogliamo essere più precisi ancora, di Palermo.
  • Noi avremo i piedi storti, ma le gambe non ci tremano nelle notti infrasettimanali.

Simpatici amici danesi, grazie.
Grazie di esservi fatti impallinare e percuotere per tutto il match ma grazie di aver resistito e di essere capitolati così, in quel modo lì, regalandoci il finale che ci meritavamo, dopo 20 anni d’attesa e dopo aver rischiato di perderla esattamente in quel modo, quell’Europa attesa da così tanto.

Sbagliava Cerci all’ultimo istante, a Firenze: dramma.
Segna Quagliarella, all’ultimo respiro, a Torino: tripudio.

Bello essere del Toro, ogni tanto.