Solitamente, se la stampa italiana generalista finisce per interessarsi di basket, significa che è successo qualcosa di grosso.

Dedicare cinque minuti di telegiornale o venti righe di articolo che si sarebbero potuti utilizzare per questioni di rilevanza internazionale, tipo il colore dei calzini utilizzati da Balotelli l’ultima volta che è andato a Portocervo o la straziante storia del delfino Gerry che ha scalato un albero per salvare un gattino, non è roba da poco. Il paradosso, ma nemmeno troppo, è che spesso tutto questo accade per questioni che non hanno nulla a che vedere con lo sport vero e proprio.

Dico “nemmeno troppo” perché è evidente che alla signora Franca, casalinga di 67 anni che guarda Verissimo come se fossero le Sacre Scritture, interessa davvero molto poco che LeBron James o Kevin Durant sfondino record anche a colazione, nonostante l’incredibile rilevanza per chi questo sport lo segue per davvero. Può invece interessarsi molto di più se il basket finisce per collidere con tematiche di massa. Non è un caso quindi che l’anno scorso diventò popolarissima (per fortuna) la notizia dell’outing di Jason Collins, il primo atleta sportivo americano dichiaratamente gay a essere ancora in attività. Certo potremmo parlare di come, nello stesso anno in cui la gente utilizza gli smartphone per dar da mangiare al proprio pappagallo, debba fare notizia il fatto che possa esistere un giocatore omosessuale (peraltro conosciuto e stimato da sempre per la sua aggressività e professionalità), ma per una volta facciamo finta di nulla e prendiamola come una buona notizia.

Ecco, il punto è che se con Jason Collins c’era una bella storia da raccontare, stavolta si tratta di qualcosa di cui si parla un po’ meno volentieri. Qualche giorno fa, ed è improbabile che non abbiate letto ancora la notizia, è saltata fuori una conversazione ambientale registrata (con il consenso del diretto interessato) in cui il presidente dei Los Angeles Clippers Donald Sterling redarguiva la sua fidanzata (che potrebbe essere la nipote di sua nipote, per età) perché aveva avuto l’insolenza e la stupidità di pubblicare una foto di lei e Magic Johnson. Il problema qual era? Beh, Magic ha quel grossissimo problema di avere la pelle di colore diverso da quella di Sterling (un nero plebeo il primo, un regale e superiore bianco il secondo) e, a detta di Donald, la sua fidanzata (che peraltro ha la pelle molto più simile a quella di Magic, essendo messicana e afroamericana) poteva portarsi nelle lenzuola chi voleva, ma non aveva la minima intenzione che il sacro nome dei Clippers (una franchigia che fino all’altro ieri era lo zimbello pure di sua madre) venisse mischiato con quella brutta gente di quel colore lì. Solo purissima razza bianca caucasica per il tifoso nobile che non deve chiedere mai.

Poi, certo, si tratta di una squadra composta principalmente da giocatori afroamericani, allenati da un afroamericano in una Lega a grandissima maggioranza afroamericana, ma si sa che quelli lì sono bravi a giocare solo perché saltano e corrono di più. E’ giusto che siano loro a intrattenere le razze nobili.

Vanno fatte alcune considerazioni prima di arrivare al provvedimento che la NBA ha preso qualche ora fa. Sterling è un personaggio molto discutibile e non lo si è scoperto cinque giorni fa. Da anni è di pubblico dominio all’interno della NBA, ma si è sempre fatto finta di nulla perché, detta in maniera semplice, faceva molto comodo. David Stern, commissioner NBA fino a pochi mesi fa, ha sempre lasciato perdere, del resto i Clippers erano una franchigia che vinceva giusto a Pasqua e Natale e scontrarsi con una personalità tutt’altro che semplice come quella di Sterling era molto più complicato. Ora che la squadra sta giocando i playoff e che è uscito questo scandalo, improvvisamente è diventato tutto molto più importante. Le sue dichiarazioni hanno avuto effetti devastanti. Per dire delle dimensioni della cosa: Barack Obama (ricordate quell’omino che fa il Presidente degli Stati Uniti d’America? Ecco, lui) è intervenuto immediatamente per definirle “parole di un ignorante”, gente che in questo sport conta poco, tipo Michael Jordan e Kobe Bryant, si è sentita in dovere di intervenire e ovviamente squalificare con decisione l’accaduto. Nel giro di poche ore i Clippers hanno perso un numero elevatissimo di sponsor, preoccupati dai danni d’immagine e in attesa degli sviluppi successivi.

Adam-Silver

La conferenza stampa di Adam Silver (neo commissioner della NBA) era talmente affollata che c’erano presenti perfino i due Leocorni, che si erano presi una pausa dalle presenze in pubblico abbastanza lunga, ma che hanno colto la palla al balzo per farsi fotografare con nuovi outfit e tagli di capelli. E naturalmente, come qualsiasi evento di tale portata che si rispetti, si è tenuto il campionato mondiale di “Dichiarazione di facciata più ipocrita dell’anno“, con persone di sicuro non di tanto migliori di Sterling, che si sono dette scandalizzate e si sono battute in difesa di persone di cui non gli era fregato nulla fino a due secondi prima e di cui continueranno a fregarsene appena il caso mediatico si sgonfierà.

Il punto non è che nel 2014 esista ancora il razzismo. Non solo non si è estinto, ma è presentissimo a Los Angeles tanto quanto a Busto Arsizio o Montpellier. E stupirsi a ogni uscita di questo tipo significa semplicemente ignorare la realtà o essere profondamente cretini. Nel 2014 però, per fortuna, l’opinione pubblica, pur nella sua intrinseca ipocrisia, è talmente schierata contro episodi del genere che, se portati a livelli plateali, suscitano reazioni durissime. Mi spiego meglio: subito dopo la divulgazione della conversazione il roster dei Clippers ha deciso di cantare l’inno di apertura con le maglie rovesciate (nascondendo quindi il simbolo della franchigia) per protesta. Un bel gesto il cui impatto però non può che essere poco significativo. A differenza, per esempio, del 1968, in cui Tommie Smith e John Carlos alzarono il pugno nero delle Black Panthers ai giochi olimpici di Città del Messico, gesti di protesta come questi si perdono nella realtà sociale attuale. Ai tempi avere il coraggio di “dimostrarsi contro” era un mezzo potentissimo per portare alla ribalta una problematica enorme che aveva bisogno di volti e gesti forti per emergere. Nel 2014 il razzismo lo conoscono tutti e, come detto poco fa, l’opinione pubblica ha accettato che si tratti di qualcosa di deplorevole. Nel 2014 parlarne serve a poco, l’unica soluzione è che le persone che hanno le leve per farlo agiscano nel modo più efficace, rapido e risoluto possibile.

Protesta-Clippers

Non vale il concetto “ognuno è libero di avere le proprie opinioni, per quanto deprecabili siano”. Tralasciando per un attimo il fatto che un conto è dire “secondo me i pantaloni a zampa sono brutti” e un altro è dire “non farti vedere con gente di quel colore lì”, il discorso vale se stessimo parlando di una persona senza la minima influenza pubblica che tiene le proprie opinioni per sé o nelle chiacchierate da bar con gli amici. Stiamo invece parlando di un proprietario di una franchigia di uno dei più grandi intrattenimenti al mondo, che influenza milioni di persone. Far finta di nulla davanti a dichiarazioni di questo tipo, che hanno sentito miliardi di persone, significherebbe ammettere implicitamente che non c’è alcun problema a trovare ripugnante che una donna si faccia vedere a eventi pubblici con persone afroamericane. Anche se nello specifico stiamo parlando della diffusione di quella che sarebbe dovuta essere una conversazione privata.

Dopo giorni di fuoco Adam Silver, ha comunicato il proprio provvedimento verso Sterling in una conferenza stampa tesissima: bannato a vita da qualsiasi attività all’interno della organizzazione della NBA, due milioni e mezzo di multa (il massimo consentito dal regolamento) e tutto ciò che è in suo potere affinché il proprietario dei Clippers venga forzato a vendere la società. Che può accadere se almeno il 75% dei proprietari delle altre franchigie è d’accordo, ed è davvero molto improbabile che non si arrivi a questo esito, per evidentissimi motivi. Adam Silver ha preso il provvedimento più duro, definitivo e aggressivo che era nelle sue possibilità. Un provvedimento basato su regole molto precise e dettagliate che lasciano poco all’interpretazione o alla soggettività. Ha detto poche parole, asciutte e con una ferocia nel tono che ha quasi spaventato tutti quelli che hanno assistito alla conferenza stampa (ieri sera alle 20 italiane). Il messaggio è chiarissimo: con gente come Sterling non servono tanti proclami, campagne di sensibilizzazione o polemiche. Vanno eliminati dall’organizzazione il prima possibile, con fermezza, e subito dopo ci si mette al lavoro per recuperare ciò che queste persone hanno rovinato, magari tornando a parlare di basket giocato. In tutto questo, Adam Silver ha fatto una figura ENORME, guadagnando in pochi minuti un rispetto incondizionato davanti a tutto il mondo. I giocatori, pronti a boicottare la NBA in caso non avesse preso decisioni dure, hanno elogiato a più riprese il successore di David Stern. E a ruota sono arrivati commenti praticamente da chiunque all’interno del mondo della NBA e non solo.

Ora pensate a un evento come questo dalle nostre parti. Dopo sei mesi staremmo ancora a discutere se le registrazioni fossero valide, se la fidanzata fosse stata pagata, se il parrucchino di Sterling rispecchiasse i canoni estetici moderni e se nell’ultima azione la palla avesse toccato o meno la linea di fondo. E comunque COMPLOTTO.

La cultura sportiva è anche umiltà. E quindi con umiltà proviamo, per una volta, a imparare dagli altri.