Ridateci i ciclisti di una volta. Soprattutto nelle grandi città i ciclisti stanno subendo una mutazione genetica.

Un tempo erano negozi popolari – botteghe piene di telai, camere d’aria, olio di catena e foto di vecchie gare appese alle pareti – dominati da proprietari che parlavano con grande semplicità, magari in dialetto, e ti accoglievano come fossero simpatici parenti. Spesso regnava un accogliente disordine che costringeva ad andare a cercare le biciclette in un groviglio di ruote, cambi e copertoni. Ma tutto aveva una sua semplice precisione: portavi la bici, fissavi un giorno di ritiro e andavi a riprenderla a riparazione effettuata. Il tutto a prezzi abbordabili perché la bicicletta era ed è il mezzo di trasporto teoricamente più popolare, l’unico che insieme alle proprie gambe non necessita di biglietti o carburante.

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Da qualche anno le cose stanno cambiando. Complice una deriva leggermente “fighetta” di ogni sport, anche i ciclisti metropolitani stanno cambiando pelle. Per prima cosa molti hanno iniziato a darsi nomi inglesi. E questo non è mai un bel segnale. Nomi che rimandano a negozi di abbigliamento alla moda, più che a luoghi adibiti agli amanti di uno sport di fatica con venature epiche sempre in agguato. Posti dove, per intenderci, faresti fatica a immaginare Felice Gimondi, Francesco Moser o Beppe Saronni. In secondo luogo, molti ciclisti negli ultimi anni hanno optato per un ammodernamento dei locali. In molti casi la nuova versione alimenta un senso di spaesamento: tavoli in legno chiaro da ufficio, spazi molto ampi con inquietanti sacche di ordine e vuoto, poltrone da manager con computer sempre accesi e registri da contabili. Senza contare la qualità degli oggetti: pompette metallizzate, selle da interno d’auto in radica, magliette da sfilata con venature vintage che le rendono ancora più esclusive.

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Anche il ciclista è cambiato: non c’è più nessun segno di stravaganza, l’abbigliamento è molto più curato e i modi diventano più affettati (eleganza e raffinatezza, come capita spesso, sono un’altra cosa). Il dialetto è un ricordo lontano. E anche le modalità di riparazione vanno di conseguenza. Talvolta la bici viene aggiustata su appuntamento, come se si dovesse andare da un dentista. La porti, fissi una data e un orario, la riporti al momento concordato e aspetti che il lavoro venga fatto. Un modo per non tenere troppe bici in deposito, quasi che si trattasse di pazienti in sala d’attesa. Dopo questa rivoluzione, i negozi dei ciclisti sembrano agenzie immobiliari o concessionarie d’auto. Lo stile è quello. Entri per riparare il cambio e un minuto dopo sei alle prese con procedure degne dell’acquisto di una casa o di una macchina.

Questa è la parte più divertente dell’evoluzione. La più spiacevole è che talvolta il ciclista metropolitano tende a esagerare. Trasforma un raggio registrato male nella rottura di un pezzo del mozzo, fa lavori non concordati al momento della consegna, vende le camere d’aria di ricambio a un prezzo talmente alto da comprendere anche la manodopera di un ciclista meno esoso. E così via (ovviamente questo discorso non vale per tutti). Forse ci sarebbe da scrivere un trattatello di sociologia su questa trasformazione “fighetta” di tanti ciclisti metropolitani, con i loro negozi sempre più patinati, perfetti e alla moda. Tanto che alle pareti vedresti meglio le foto di qualche vip internazionale – David Beckham e famiglia, Stephanie di Monaco e Carla Bruni – più che le imprese dolomitiche dei grandi di questo sport o lo scambio di borraccia tra Coppi e Bartali. Forse gli esperti potrebbero dire che anche questo fa parte della progressiva terziarizzazione della nostra economia. E anche un attrezzo splendidamente operaio come la bici deve adeguarsi. Meglio non esagerare. Per fermare questi ragionamenti accademici basterebbe in qualche angolo metropolitano ritrovare il buon vecchio ciclista di una volta.

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