Le prime giornate di un campionato sono come un lento zoom che, un po’ per volta, punta e mette a fuoco quelle che saranno le protagoniste e, contemporaneamente, esclude le altre dal quadro. Nella Serie A di quest’anno, la zoomata è stata particolarmente rapida: al centro della foto, già adesso, solo Juve e Roma, tutte le altre fuori.
Per ora? Per sempre?

INTERISMI

di Max Multatuli

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Meh.
Questa partita non merita altro commento.
Meh.
Ne meriterebbe anche altri, ma solo per la rigida politica di Paper Project sulle bestemmie, tutto ciò che posso dire è meh.
Un fine settimana pessimo a tuttotondo.
Cercando di non spoilerarvi troppo la grande partita tra Bilan e Rubentus, posso anticipare che, purtroppo, neanche questa volta il meteorite ha colpito lo stadio mentre quelli giocavano. Notizia pessima.
E poi, per finire, che già finire il fine settimana è pessimo di per sé, Palermo-Inter alle 20.45 di Domenica. Che già alle 20.48 si capiva che la partita sarebbe stato un disastro. Vidic l’intramontabile inossidabile insuperabile, lui, fa un errore di quelli che se lo fai al campetto della parrocchia non ti richiamano a giocare mai più. Anziché buttare la palla la passa indietro al portiere perdendola a favore dell’attaccante che segna. 1-0 per il Palermo.
Meh.
Poi altri 15 minuti durante i quali l’Inter si dimentica che sta giocando contro una squadra di terroni e smette di giocare. Che anche se giocava contro una squadra di bergamaschi, comunque se n’è proprio dimenticata che stava giocando, l’Inter. Palla buttata alla meno peggio, salvataggi alla tanto meglio.
Un uomo solo a centrocampo, Mateo Kovacic, sveglia la squadra. L’unico uomo perché Guarin è un dio: Giano bifronte. Di volta in volta brocco inclassificabile e genio assoluto. L’unico uomo perché Medel è un cane dannato, ma detto in senso buono: addenta le caviglie avversarie come se non avesse mangiato dal 2003.
In tutto questo potpourri di giocatori l’Inter regala minuti di errori mostruosi con sprazzi di giocate mostruosamente belle. Partita che poteva finire 1-5 come 5-1 e che è finita 1-1 per l’atavica tendenza dell’Inter alla magnanimità.
Il Palermo sbuca fuori in poche occasioni, ma quando lo fa giganteggia, anche grazie alle “sbavature” dell’Inter.
“Sono una squadra di campioni, perché giocano così?” Mi chiede, retoricamente, il compagno di bevute ultrasettantenne del bar sport. Lo dovrebbe chiedere a quello dice di allenare questa squadra di fenomeni.

 

MILANISMI

di Marta Baudo

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Ne ha da passare di acqua sotto i ponti per tornare a competere ai livelli delle grandi squadre.
Il potere taumaturgico presidenziale vale solo di venerdì. Rossoneri tornati con i piedi per terra!
San Siro vestito a festa e coreografia mozza fiato, pubblico delle notti da Milan fanno da cornice al primo big match. Clima da brividi, sin da subito, come non succedeva da anni.
Allo spettacolo non partecipa solo il cuore pulsante del tifo. “Un anno di rabbia per tornare grandi” e “#we are AC Milan” illuminano a giorno la serata.
Scalda il cuore dei presenti Pippo nel pre-gara, agitato come non mai, a dare indicazioni ai suoi. Evento più unico che raro avere un allenatore così adrenalinico. Anche alla fine, in maniche di camicia, li sprona, come a voler entrare in campo; si sente la maglia cucita addosso.
Forse gli ultimi mesi della carriera qualcuno lo faceva giocare poco?! Pippo – Max, un rapporto condito da aglio, olio e peperoncino. Chi la dura la vince.
Peccato che il timore reverenziale di Davide contro Golia la faccia da padrone alla “Scala del calcio” e il miglior attacco s’areni.
Sul versante avverso cambiano gli addendi ma…
Max, dove sono finite le tue amate partenze a rilento? Tutto è più facile dove c’è una squadra che gioca a memoria!
Il paradosso del match sta nel fatto che “l’uomo d’area per eccellenza” giochi a lungo senza una punta vera.
Carletto docet: cambi dal sessantesimo e il discepolo Pippo esegue.
Non saremo tecnici ma i miei amici in primo Blu ed io auspicavamo forze fresche a inizio ripresa, per scuotere la squadra e alzare la qualità. Giocando contro i più forti osare è lecito. Troppa razionalità, ahi, ahi!
Solo per una sera sembrava di vedere il Toro dell’amico Cristiano…
La chiave del cuore da sola non porta lontano, classe e gioco nella serratura.
Calma e sangue freddo per ripartire dove c’eravamo lasciati, in vista di Empoli! Sbagliando s’impara, uno schiaffo iniziale può solo aiutare a crescere.
Dominati ma non indomiti.

 

JUVENTISMI

di Edoardo Pavesi

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Oggi dopo Milan-Juve poche parole e un messaggio molto chiaro: ridimensionati a dovere.

Dopo due vittorie e sei punti in classifica già pensavano, credevano, si erano illusi, e invece…

Invece siamo andati a casa loro a fargli vedere come si gioca, al di là del risultato, decisamente strettino, si è trattato di una lezione sotto più punti di vista: gioco, tattica, intensità, voglia. Per buona parte della partita sembrava di essere più al Castellani di Empoli che al Meazza di Milano, con la squadra di casa che da buona provinciale stava tutta arroccata dietro, pronta a ripartire in contropiede, visto che 21 dei 22 giocatori in campo erano fissi nell’area di rigore rossonera.

E del resto, se dove loro hanno Menez e Muntari noi abbiamo Tevez e Pogba finisce 0-1 e tanti saluti. Noi si resta a punteggio pieno e senza aver ancora subito un gol, loro che si preoccupino dell’arrivo della Doria da dietro e mettano via i vani sogni di gloria, almeno per un altro po’.

 

GRANATISMI

di Cristiano Girola

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Questo blog ha visto la luce, casualmente, nell’unico anno di semi gloria del Toro tra gli ultimi venti, lo scorso.

La situazione, anomala, di un Torino prevalentemente vincente ha fatto sì che il compito di scriverne risultasse sostanzialmente piacevole e mediamente godibile. Togliete la partita d’andata con il Milan, i due derby rubati e l’ultima con la Fiorentina e otterrete un anno di grazia di cui è stato impossibile lamentarsi.
Il fatto è che tutto ciò ha viziato il sottoscritto, che si è lentamente dimenticato cosa significasse sentirsi granata, qui considerato come sinonimo e sintesi della locuzione “colui che la prende nel c..”, per tre giornate consecutive.
Da rigore sbagliato a rigore sbagliato, con in mezzo tre partite fatte di pochi tiri in porta, molti passaggi all’indietro e due pappine prese da una Sampdoria tutto tranne che irresistibile.

E io quando il Toro perde – e fa il Toro in questo modo – ho un problema. Non ho voglia di parlarne. Con nessuno. Non sono di quelli che escono dallo stadio facendo la disamina della sconfitta. Non urlo. Non litigo. Non spacco nulla.
Bensì mi impietrisco. Rimugino. Odio silenziosamente. Mi nascondo. Accuso tutti, ma solo nella mia testa: il destino baro, il fato gobbo, la sfortuna atavica, Ventura, le scie chimiche, i cristiani copti, Confucio, i proprietari di Volkswagen Tiguan e i pescatori a mosca.
Ma non riesco a sfogarmi, ché mi sembra tutto troppo ingiusto anche solo per parlarne.
Capirete che questo modo di reagire mal si concilia con il fatto di tenere un blog che, per altro, visto l’exploit illusorio dell’anno scorso, quest’anno dovrà spesso essere aggiornato due volte a settimana causa Europa League. Almeno in autunno.

Per stavolta me la sono cavata rifilandovi una seduta psicologica in cui raccontavo come vivo le sconfitte. Ma se queste si protrarranno, io che faccio? Che dico? Che posto? Lo scopriremo già giovedì, purtroppo.