Abbiamo iniziato più o meno tutti con un pallone. Da calcio, da basket, da pallavolo. In un cortile, in un campo, su una spiaggia, per strada. 

Lo sport, per un bambino, è una cosa sferica.

Nuoto, atletica e quelle robe lì erano prevalentemente perversioni genitoriali “perché sono sport che fanno bene alla crescita”. Perversioni giuste, ma imposte. Pochi, credo, possono dire di non essersi innamorati la prima volta, sportivamente parlando, di quell’oggetto rimbalzante. Prenderlo a calci o lanciarlo con le mani da qualche parte erano la quintessenza dei pomeriggi di libertà, il ricordo iconico di estati infinite, il segnale che i compiti erano terminati e la spensieratezza cominciava a rotolare. E noi dietro di lei.

Poi per molti il rapporto con il pallone si è strutturato. Siamo entrati nella squadra di calcio dell’oratorio, nel team di pallavolo della scuola. Abbiamo iniziato a girare con borsoni più alti di noi, con genitori che facevano a turno per svegliasi presto la domenica mattina per portarci a giocare in campetti dimenticati da dio e poi si sedevano, rassegnati ma orgogliosi, a leggere il giornale sulle quattro panche di legno che li circondavano.

Dopo di che, prima o poi, arrivano le ragazze. O i ragazzi. Gli ormoni in quella fase rotolano più velocemente di qualsiasi pallone e, diciamocelo, essere il quarterback della squadra del liceo funziona forse in un teen movie americano ma qui da noi se il sabato pomeriggio andavi a giocare a basket invece che in discoteca o il sabato sera a dormire presto perché la domenica avevi una partita di calcio a Cornaredo ecco, non è così scontato che questo contribuisse alla tua popolarità adolescenziale.

Poi arrivano i vent’anni, la fase della palestra a pompare i muscoli e dei tornei di calcetto con i compagni dell’università, dove arrivi il sabato pomeriggio dopo aver dormito tre ore, bevuto sei cocktail e fumato venti sigarette. Poi esci dal campo e te ne fumi un’altra prima di fare la doccia. Ma te lo puoi permettere, hai vent’anni, appunto.

A trent’anni invece cominci a correre.

Se non è a trenta, è a ventinove o trentadue, ma la finestra anagrafica dell’approccio alla corsa è quella, quasi per tutti.

Perché?

Per una serie di motivi.

Perché a trent’anni è un casino organizzare una partita di calcetto, tanto per cominciare. Quel tuo amico ha la fidanzata che reclama tempo, quell’altro ha fatto un figlio, il terzo sta studiando per l’esame da avvocato, che l’hanno già bocciato due volte, il quarto è andato a lavorare a Londra, il quinto deve andare all’Ikea, il sesto si è stirato un legamento per la terza volta, il settimo ha vomitato in discoteca la sera prima e “non abbiamo più vent’anni, oggi pomeriggio sto a casa”, l’ottavo e il nono devono mettere a posto casa che vengono i genitori a cena.

Perché a trent’anni inizi a preoccuparti della linea. Il tuo metabolismo un giorno ti prende da parte ti spiega amichevolmente che lui ce l’ha messa tutta, ma ora tu devi capire che non puoi più andare avanti a bere come se non ci fosse un domani e a mangiare le salamelle alle quattro del mattino e sperare che lui faccia sparire tutto durante la notte. Eh no, ragazzo mio, mo te devi impegnà. E non basta la partita di calcio settimanale o le tre serie da venti addominali in palestra. La tartaruga è un animale in via d’estinzione e quella addominale tende a scomparire più in fretta di quella delle Galapagos.

Perché a trent’anni scopri i tuoi limiti, li vedi per la prima volta davvero in faccia, dopo due decenni di sensazione di onnipotenza, e hai bisogno di sfidarli, di negare l’invecchiamento, di dirti che puoi ancora andare oltre. Prima non ci avevi mai pensato, ti sembrava che tutto fosse fattibile, prima o poi. E spesso optavi per il poi, perché non ti preoccupavi del tempo che passava, il treno delle possibilità ti sembrava fosse un convoglio sul quale potevi salire a qualsiasi fermata. Ora non più. E allora la corsa diventa un ottimo modo per fare qualcosa che ti era sempre sembrato solo noioso e faticoso, ma che adesso ti appare improvvisamente come una sfida. E te ne innamori, perché nel frattempo, a trent’anni, hai scoperto anche che è molto più bello, in generale e non solo nello sport, perdere la testa per qualcosa difficile da raggiungere. Ne vale la pena. Vale la pena di dare tutto per un traguardo di lavoro, per una donna, per un obiettivo sportivo. Perché non hai più davanti un tempo infinito per recuperare e cambiare strada. E allora vale la pena, sì, di concentrarsi su un obiettivo difficile ma unico, in tutti i sensi. La soddisfazione immediata ti lascia vuoto e affamato come prima e allora punti in alto. E dirsi  una cosa come “voglio correre una maratona” è un’ottima esemplificazione di questo tuo nuovo modo ostinato e coraggioso, focalizzato e adulto, di guardare alla vita.

Buona corsa.

Post scritto ascoltando Anything in Return di Toro y Moi

(fonte www.prweb.com – immagine di copertina)