A Campionato ormai finito nel segno del dominio della Juve, ai nostri Faziosi non resta che parlare di rondini e primavere.

INTERISMI

di Max Multatuli

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Esattamente due settimane fa esaltavo su queste pagine la figura di Jonathan, onesto manovale della fascia.

Sabato è stato il turno di celebrare Jonathan, coraggioso cavallo di fascia.

Niente di eccezionale o esaltante, com’è nella natura del personaggio. Solo onesto e duro lavoro, coronato con un assist e un goal. Ché i goals di Jonathan non sono i missili intelligenti di Maicon, tuttalpiù rimbalzi e rimpalli favoriti dalla stazza di Jonathan, machissenefrega servono ottimamente allo scopo: vincere.

Verona-Inter è un buon messaggio al mondo.

Intendiamoci, il campionato è finito a tutti i livelli. La Juve più forte degli ultimi vent’anni s’è vinta lo scudetto, Roma e Napoli hanno assicurato il posto in Champions e l’Inter s’è beccata il posto in Europa League.

Il Verona non rischia minimamente di retrocedere e non ha alcuna intenzione di provare a entrare in Europa League.

Questo basterebbe per capire l’animo degli avversari dell’Inter: una squadra che non c’aveva alcuna voglia di vincere.

Il punto è che l’Inter ha avuto tante partite del genere questa stagione, e ne ha pareggiate troppe. La novità di questa Verona-Inter è che la Beneamata voleva vincere e aveva addirittura una/due idee per farlo. A partire dalla punta in campo. Non fosse che siamo a fine stagione e lè gè son fè (come dicono nei casinò), ballerei la zumba dalla gioia.

Il segnale è però importante l’istesso. Questa è una stagione di passaggio. Una stagione fatta per sperimentare e costruire. Cercando possibilmente di evitare le figure da Milan dei cugini milanisti.

Ebbene, vedere Icardi correre, vedere Palacio non sbagliare troppo, vedere Hernanes costruire e colpire traverse, vedere Kovacic gestire la palla con maturità. Sono bei segnali. Cose in cui sperare.

Una rondine Verona-Inter non fa primavera. Ma almeno gli caga in testa a quegli sfigati dei cugini milanisti.

 

MILANISMI

di Marta Baudo

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Subito si intuisce che è una maledetta domenica. Pronti via, e siamo in 10, beffati su rigore, dal barese irriconoscente. Tra Emanuelson stordito e Abbiati preso alla sprovvista, assistiamo a un inizio da incubo. Già da quest’avvio si intuisce che finirà malissimo. E qual è l’epilogo? Caporetto milanista: 4 a 2 per i ducali, toccato il fondo. Un mini spiraglio di rimonta si apre nel secondo tempo, illusorio, tanto per cambiare. Il solito guastafeste Amauri ci castiga. Siamo stati grattugiati per la primavera nera che più nera non si può: HELP!

Madrid non ha insegnato nada, anzi, per fare un nome a caso, c’è chi, come Balotelli, indisponente, vaga al rallentatore per il campo, senza il barlume della ragione, rispondendo alle provocazioni del pubblico. E ancora c’è chi non è mai al posto giusto, terzino per “dovere”, leggi Urby. Su quella fascia sembra di avere un birillo. Ridatemi Serginho e Cafu, terzini veri nelle due fasi.

Tutto è sbagliato in ogni zona del campo. Pippo, Sheva, mancate come il pane.

Sulle dita di una mano possiamo contare chi davvero mette cuore e grinta per la maglia: Poli, sembra un veterano rossonero… correndo per tre, Kakà, fa quasi tenerezza, non è quello di 4 anni fa ma si spende. Squadra da rifondare.

È il clima dello stadio il punto focale di questa domenica bestiale… ce n’è, a ragion veduta, per tutti i gusti: quando ci vuole, ci vuole! Tra un “andate a lavorare” e un “indegni”, scorre via il primo tempo e all’unanimità il tifo di San Siro va ai pochi veri da Milan. “Noi vogliamo 11 Baresi” la dice tutta su un ambiente e una squadra alla frutta, senza capo nè coda. Si faccia piazza pulita al più presto o finiremo peggio di dove ci ha trovato Berlusconi nel 1986.

La famosa strigliata di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica” può essere l’unica arma per dare un senso alle 10 partite da qui a fine stagione. Poi spero che arrivi una VERA Svolta. Basta proclami, vogliamo fatti concreti. Prendete coscienza della situazione: le umiliazioni sono troppe ad oggi. Abbiamo una dignità.

Creste, discoteche, tweet: testa al campo!

Altro che essere ultra competitivi, e a posto così, da qualche anno…

Prima di pensare al nuovo stadio ci vogliono giocatori veri, che siano uomini e atleti allo stesso tempo. Sembra passata una vita da quando tutti imparavano la formazione rossonera come una filastrocca.

NOI TIFOSI SIAMO IL MILAN. Chi lo rappresenta più in campo e fuori?

 

JUVENTISMI

di Edoardo Pavesi

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Quello di oggi è un pezzo molto facile da scrivere, talmente facile che si scrive quasi da solo.

Domenica sera, infatti, chiunque abbia visto la partita tra Genoa e Juve potrà confermarvi che chi meritava di vincere era la squadra di casa (cosa abbastanza rara quando si gioca contro la Juve), ma alla fine chi è uscita coi 3 punti (anche) dallo stadio Marassi è stata come al solito la Juve.

Questo perché la Juve ha Andrea Pirlo e il Genoa no.

Il Genoa infatti non solo ha giocato meglio, ma ci ha creduto molto di più, e stava “battendo” la Juve con le armi della Juve stessa, surclassandola in intensità, ritmo, voglia, forza fisica.

Per 90 e passa minuti la squadra più “scarsa” o semplicemente quella sfavorita se volete, stava dimostrando a tutti come nel calcio ci sia modo per porre rimedio a una inferiorità tecnico-tattica: lottare su ogni pallone con voglia, rabbia, cattiveria, arrivare sempre primi sulle seconde palle, non mollare un centimetro, rimanere sempre concentrati, fino al 90′.

Già, fino al 90′, poi però succede che a calcio si gioca con i piedi e che piedi come quelli di Andrea Pirlo nel Genoa non ce li ha nessuno. A essere onesti forse non ce li ha proprio nessuno al mondo due piedi come Andrea Pirlo…

E così, nonostante tutti gli sforzi, l’attenzione, la volontà da parte dei giocatori del Genoa, succede che una punizione dal limite diventi poesia, che una sconfitta meritata diventi una vittoria, anche più bella del solito proprio perché così sofferta.

Se a piedi come quelli di Andrea Pirlo poi aggiungi mani come quelle di San Gigi Buffon, il risultato fa +17 sulla seconda. Diciassette…

Ma voi continuate pure tutti a parlare di arbitri e di furti.