Quando ho iniziato a correre, tre anni fa, tenevo sempre in mano una pietra appuntita. Perché, mi dicevo, non si sa mai. Poi con il tempo ho abbassato la guardia, non ci ho più pensato.

Fino a qualche giorno fa, quando ho saputo di Irene, la runner aggredita in un tentativo di stupro da tre uomini. Lei corre dove corro io, tra San Cristoforo e Corsico, ha la mia età ed è una mamma come me.

Una donna, quindi, con i suoi mille pensieri: il lavoro in ufficio, il lavoro a casa, i figli e quando si può, in qualsiasi momento della giornata e della settimana ci sia uno spazio libero, la corsa.

Quando ho appreso la notizia sono rimasta sconvolta e un balenarsi di pensieri e domande senza risposta si sono susseguiti nella mia mente: qualcosa, qualcuno o il destino, hanno deciso che dovesse toccare a lei e non a me. Quel mercoledì maledetto sono passata prima di lei. E poi ancora: come lo spiegherà ai suoi figli? E soprattutto: avrà la forza per superare e ricominciare a correre?

Cosa potrei fare con una pietra appuntita nella mano quando ti circondano in tre e sono anche armati? Niente. Non potrei fare niente.

Noi donne siamo abituate alle molestie. Il tipico vecchiaccio viscido che passa in bici lungo il Naviglio Grande e urla “complimenti” alle runners non viene neanche ascoltato. Un po’ per le cuffie che abbiamo nelle orecchie e un po’ perché l’esperienza ci ha corazzato quanto basta per non farci più caso. Ma, avendo una figlia di 9 anni, in realtà io ci penso eccome a quelle parole. Vorrei fermarlo e gridarglielo al vecchiaccio che quelle sono molestie seriali travestite da complimenti, che non si deve permettere per nessun motivo e che trovi il modo di sfogare le sue frustrazioni senza infastidire il prossimo.

Ma tre uomini armati che ti circondano perché sei sola, e usano anche il coltello (come se la forza di tre non dovesse bastare), sono la feccia più terribile di questa società. Eppure esistono, piombano nella tua vita all’improvviso e te la rovinano. Alimentano in te qualcosa che limiterà la tua libertà per sempre: la paura.

All’inizio la reazione di terrore mi ha fatto pensare di cambiare percorso. Basta, sul Naviglio Grande non corro più.

Sul Naviglio Grande non corro più.

E invece no. Io sul Naviglio Grande correrò ancora e ancora. Non posso permettere che la paura limiti la mia vita. Non saranno tre malviventi disadattati a cambiare le mie abitudini. Non possono, non ne hanno il diritto. Abbandonare vorrebbe dire dargliela vinta. Abbandonare vorrebbe dire sotterrare il mio diritto di essere donna, libera e runner.

Per questo motivo, domenica 9 novembre ci sarà una marcia pacifica in cui saremo unite tutte nella difesa del nostro territorio e della nostra vita, e per dire ad Irene che non è sola. Le info le trovate qui.