Nella vita ci sono tipi diversi di persone. Le persone che fanno una determinata cosa, la considerano una semplice parte necessaria nella loro esistenza e vanno avanti con le loro vite, e le persone che si definiscono attraverso ciò che fanno. Questa è la differenza tra la gente che mangia cibo e i “foodie”, quelli che hanno un blog e i “blogger” e, più in estremo, la gente che va in bici e i “ciclisti”.

L’altro giorno leggevo un articolo su Vice, uno di quelli che mi piacciono perché si esercitano nella nobile arte di parlare male di qualcosa di cui tutti, tendenzialmente, parlano bene. Trattasi di attività borderline e rischiosa perché, la maggior parte delle volte, il tentativo di risultare politicamente scorretti nasconde un’intenzione di voler apparire a tutti i costi originali, che è tanto un desiderio mainstream quanto l’opinione universalmente condivisa che si cerca di confutare. Tutti cerchiamo, ossessivamente, di apparire originali. E’ una moda vanitosa anche quella.

In questo caso si elencavano una serie di motivi che dovrebbero supportare la tesi secondo la quale Londra, la tanto osannata Londra, sia in realtà il posto peggiore della terra. Scorrendo i vari argomenti, più o meno convincenti, elencati nell’articolo, mi imbatto nel paragrafo citato in testa a questo post.

E penso a noi. Noi blogger, certo, che il pezzo in questione tira direttamente in causa (e non a torto).

Ma anche a noi runner, che siamo i soggetti e gli oggetti di questo specifico blog.

Quanto ci piace, in effetti, definirci attraverso ciò che facciamo? Quanto ci siamo strutturati ed identificati in questa nostra veste, al punto da farla diventare una posa? Quanto e quando ci siamo dimenticati che correre era solo correre, per rin-correre invece una visione di noi stessi come categoria superiore, eletta, quasi una setta esoterica che ci fa sentire fighi?

Beh, diciamolo: ci piace da morire. Definirsi è un modo di sentirsi parte di un gruppo, di un élite, di un qualcosa che i non adepti non possono capire. E’ rassicurante e genera autostima. Che tu sia foodie, blogger o runner.

Nel nostro caso, in quale momento e attraverso quali mosse siamo passati da “gente che corre” a “runner”?

Forse così:

Quello che corre esce quando gli pare o quando può.

Il runner no, ha la tabella.

Quello che corre si veste leggero d’estate e pesante d’inverno.

Il runner no, ha l’abbigliamento tecnico.

Quello che corre va a comprarsi le scarpe, le prova, si tocca con l’indice della mano l’alluce del piede per vedere se la misura è giusta e poi se ne va soddisfatto alla cassa a pagare.

Il runner no, fa una ricerca di mercato che manco per comprare un appartamento, un check-up completo del piede, l’elettrocardiogramma al tallone e, solo dopo, compra.

Quello che corre mangia la banana e poi esce ad allenarsi.

Il runner no, si nutre di cose strane, possibilmente mollicce o sotto forma di pastiglia, che hanno esattamente le stesse qualità nutritive della banana. Ma vuoi mettere?

Quello che corre è felicissimo di incontrare un semaforo rosso, così rifiata.

Il runner no, si innervosisce. Ha perso il ritmo.

Quello che corre dice tutto fiero “Oggi ho corso tanto”.

Il runner no, lui ha fatto “il lungo”.

Quello che corre ha un po’ di pancetta e la combatte.

Il runner no, se proprio è costretto dall’evidenza, ti dice che è un po’ fuori forma, ultimamente.

Quello che corre ha il fiatone.

Il runner no, che se lo senti rantolare sei tu che non capisci, quelli al massimo sono respiri lunghi e ben distesi.

Quello che corre suda.

Il runner no, sta espellendo in maniera consapevole liquidi che lo appesantiscono e rallentano, altrimenti.

Quello che corre, mentre corre, tendenzialmente sogna. Sogna tavole imbandite, divani morbidissimi, docce calde e letti accoglienti.

Il runner no, non ha tempo: controlla il cronometro, la distanza percorsa, il battito cardiaco, il consumo calorico, il meteo, il fondo del terreno, l’allacciatura delle scarpe, la falcata e quello lì, quello là davanti che devo raggiungere e superare, se no non sono nessuno, cazzo.

Tra l’altro, quello lì davanti è sempre uno di quelli della prima categoria, quelli che corrono. Poveraccio.

Quello che corre ha una fidanzata.

Il runner no, ha una che lo sopporta e gli vuole bene lo stesso.

Quello che corre, quando finisce, torna a casa e dorme.

Il runner no, si riposa.

Quello che corre, quando lo racconta, definisce quello che ha fatto una fatica boia.

Il runner no, effettivamente è il tipo che, quando si racconta, definisce se stesso attraverso quella fatica boia.

E quando, per una tragica fatalità, l’uomo che corre incontra l’uomo runner si avvera inevitabile, perentorio e drammatico il celeberrimo “Teorema Clint Eastwood”:

 

 

E voi chi siete?

Uno che corre o un runner?