Ci sono gesti che abbelliscono un torneo sportivo e lo tramandano ai ricordi degli appassionati nei decenni a venire. E non sono necessariamente gesti atletici e tecnici fatti dai fuoriclasse più celebrati. Nello sport come nella vita esistono anche contorno, colore e ambiente. Esistono il curioso, il pittoresco, la tradizione di costumi e popoli diversi. Senza tutto questo, lo sport non avrebbe molto senso. Eppure tanti sembrano dimenticarselo.

Bastava sentire i commenti alla partita tra Spagna e Tahiti della Confederations Cup in corso in Brasile tra proteste e scontri di piazza. Quella partita ha offerto immagini bellissime: le collanine regalate dai giocatori di Tahiti agli spagnoli prima del via, gli abbracci tra i ventidue in campo dopo il fischio finale che ha sancito il 10-0 dei Campioni di tutto. In particolare le telecamere hanno ripreso il fitto chiacchierare tra Pepe Reina, portiere del Liverpool, e il collega Mickael Roche, semisconosciuto e semiprofessionista. I due estremi difensori hanno lasciato il campo scambiandosi impressioni sulla partita appena conclusa. E la scena si è ripetuta per altri giocatori delle due nazionali, lontane in tutto: classe, forza, titoli, ranking Fifa. Ma le distanze in quel momento non esistevano. I protagonisti in campo avevano colto lo spirito di quello che era appena successo. Il calcio stava offrendo un punto d’incontro inimmaginabile, per di più in uno degli stadi più famosi del mondo: il Maracanà di Rio de Janeiro. È uno dei risvolti inevitabili di queste competizioni internazionali che, solo grazie a momenti così, diventano davvero mondiali.

ballo tahiti

Invece il senso comune, riassunto dei commenti che andavano in onda, spingeva verso un’altra direzione: “Che senso hanno partite così?”, “che serietà ha una competizione che mette di fronte formazioni così squilibrate?”, le domande tra un sorrisetto e l’altro. E altro filone: “Che irrispettosa la Spagna che non si è fermata prima di segnare dieci gol umiliando gli avversari”. Chi ha giocato un minimo a calcio, a qualunque livello, sa che c’è grandezza anche nel saper vincere e nel saper perdere in un certo modo. Sa che è proprio in momenti così che si misura la professionalità e la correttezza del più forte che cerca di fare il suo dovere per mostrare rispetto nei confronti dell’avversario (senza contare che se la Spagna avesse giocato al 100% avrebbe segnato il doppio dei gol).

Chi vuole davvero bene a questo sport sa che il calcio è la disciplina più bella del mondo proprio perché è globale. Maradona, Zidane e Fabregas (per citare uno dei campioni spagnoli in campo a Rio giovedì sera) sono Maradona, Zidane e Fabregas perché anche a Tahiti li conoscono benissimo. Ma laggiù in mezzo al Pacifico li venerano perché sognano di vedere la loro Nazionale prima o poi giocare contro questi mostri sacri. Sperano che un punto di contatto prima o poi si possa stabilire. E questo meraviglioso cortocircuito è andato in scena davvero nel tempio del calcio brasiliano. Ogni sistema sta in piedi se è capace di concedere una chance a chiunque. Se almeno potenzialmente esistono vasi comunicanti tra la vetta e la base. A Rio de Janeiro il calcio ha dimostrato di saperlo fare.

blatter

Invece dilagavano commenti scandalizzati, in ultima analisi ispirati da un senso di superiorità nei confronti di Tahiti e di tutto ciò che sembra calcio al di fuori dell’elite. Secondo questi discorsi, è colpa di Blatter che permette a nazionali di questo tipo di partecipare alla Confederations Cup. Blatter avrà mille colpe (la Fifa è periodicamente scossa da casi di corruzione) ma non può certo essere responsabile della composizione dei continenti. Se la Confederations Cup è il torneo tra i vincitori del Campionato del mondo e delle singole competizioni continentali, o cancelli l’Oceania dalla cartina geografica o includi anche isole e atolli del Pacifico (l’Australia ormai partecipa alla Coppa d’Asia).

Queste critiche sono identiche a quelle rivolte a Platini perché ha cercato di favorire la partecipazione alla Champions League delle squadre dei Paesi dell’Est Europa in modo da allargare la platea dell’ex Coppa Campioni. Puntualmente, a ogni goleada in una sfida della prima fase di Champions League, Platini finisce sul banco degli imputati. E anche in Italia non manca chi si adombra quando in Serie A arriva una squadra di un centro troppo piccolo o con scarso seguito di pubblico, come il Chievo. Come se lo sport dovesse essere regolato a monte in base ad abitanti delle città e fatturati dei club, e non fosse invece conseguenza dei risultati del campo. Tutto standardizzato, tutto livellato verso una pseudo competitività che comunque inevitabilmente prima o poi si dovrà dividere tra più o meno forte. Tutto uguale e plastificato senza nemmeno la capacità di gioire quando arriva Tahiti a regalare le collanine agli avversari. E senza la pazienza di capire che anche un punteggio di 10-0 tra due mondi diversi, una volta ogni tanto, è il piedistallo per lo splendore di un Bayern Monaco-Borussia Dortmund a Wembley.

abbraccio reina e roche
L’abbraccio di Reina e Roche andrebbe mostrato mille volte per far capire che questi due portieri hanno in comune molto più di quanto sembri. Chi ama davvero il calcio, nella partita sproporzionata del Maracanà, vede più somiglianze che differenze. Forse qualcuno dimentica che, meno di un anno fa, l’Italia ha perso 4-0 la finale degli Europei con la Spagna (quasi la metà di un 10-0). Seguendo questa logica, qualcuno a Madrid e dintorni avrebbe potuto lamentarsi della scarsa credibilità di un Europeo terminato con un epilogo così squilibrato. Prima o poi tutti fanno la figura di Tahiti. È lo sport. Viva Tahiti e viva il calcio.