“I conquistatori dell’inutile” è il titolo di un libro che racconta la storia di uno dei più grandi alpinisti, Lionel Terray, ed è anche una definizione che nel tempo è diventata paradigma dell’alpinismo. Per molti, non per Daniele Nardi, che mezzo secolo dopo le imprese del francese, fa lo stesso mestiere convinto che al centro dell’attività dell’alpinista ci sia «la passione, che è molto utile all’uomo, e spesso ce ne dimentichiamo».

Ok, chi è Daniele Nardi? Qualcuno lo ha scoperto nel 2006, quando sul suo blog raccontò di un’incredibile partita a pallone a 3.500 metri sul livello del mare, nello sperduto villaggio di Kandbari Bazar, contro i guerriglieri maoisti che posarono a terra i fucili per sfidare un gruppo di italiani impegnati nell’ascesa al Makalu, la quinta vetta al mondo, incastrata fra Nepal e Tibet.
«Ovviamente perdemmo, e fu molto più conveniente così», mi ha raccontato qualche giorno fa, quando per la prima volta ho conosciuto questo atleta (non c’è dubbio che sia un atleta uno che si allena come lui: corsa, apnea…) classe ’76 che in 15 anni ha messo in fila diversi Ottomila (Everest, Shisha Pangma, Nanga Parbat e Broad Peak) ma non è nato all’ombra delle Alpi. Viene da Sezze, in provincia di Latina, da una parte il golfo fra Terracina e Roma, dall’altra i monti Lepini, che lui chiama la Scozia dell’Appennino.

Come capita alla stragrande maggioranza delle persone, Nardi ha deciso cosa fare nella vita guardando la tv. A 13 anni, davanti al documentario in bianco e nero in cui vede Achille Compagnoni e Lino Lacedelli che nel 1954 scalano il K2. Cinquantatré anni dopo Daniele ha raggiunto la stessa vetta, con la spedizione in cui ha perso la vita Stefano Zavka. È la montagna, e chi la frequenta a quel livello conosce le sue insidie. Nardi le ha sperimentate, e leggendo il libro che ha scritto insieme al giornalista di Radio24 Dario Ricci (“In vetta al mondo”, Infinito edizioni), si capisce che i pericoli più gravi arrivano dagli errori di valutazione del pericolo. Soprattutto quando si sente il richiamo delle sirene.

«In montagna c’è un momento, un’ora del pomeriggio, o una luce, o una roccia che ti chiamano, t’incantano – scrive Nardi – . Tu, come Ulisse, devi essere capace di non ascoltare quelle sirene, quel richiamo. Anche se le gambe vorrebbero seguirlo, anche se nelle braccia hai ancora forza per salire di più, anche se i polmoni sono carichi di ossigeno e la mente e gli occhi e il cuore vorrebbero vedere com’è fatto il mondo da quella balconata che s’apre lassù, cento metri più in alto. Devi saper dire di no. Altrimenti la montagna t’inghiotte, la neve ti sovrasta, ti puniscono i venti. Seguire quella chiamata equivale a una sentenza».

Al quel richiamo Daniele ha resistito lo scorso febbraio, mentre tentava la prima scalata invernale e in stile leggero, senza sherpa né ossigeno supplementare, del Nanga Parbat, la cima pakistana che che con i suoi 8.125 metri è la nona più alta della Terra. Lui e la sua partner di scalata, Elisabeth Revol, si sono fermati a 6.450 metri, bloccati da temperature oltre i 40 gradi sotto zero e venti oltre i 100 chilometri orari. «La priorità è sempre portare a casa la pelle». Per poi riprovarci. L’appuntamento è per dicembre. «Questa volta – garantisce Nardi – tornerò sulla ‘Regina delle montagne’ con più consapevolezza di come si affronta l’ambiente, materiali più leggeri, più allenamento».