Un po’ di tempo fa il Buzzer Beater Blog, ovvero il sottoscritto, altri tre loschi figuri e una loschissima figura (che essendo la stessa persona incaricata di rileggere questo pezzo combatterà contro se stessa per evitare di moderare questo commento, ce la puoi fare, tieni duro, credo in te), si è ritrovato in casa Tommaso Marino e Bruno Cerella.

Sorvoliamo per un attimo sui mancamenti avuti dalla loschissima figura di cui sopra alla vista di quei due e soffermiamoci su cosa ci facessero in casa nostra, senza peraltro che fossero stati costretti o pagati per farlo (a parte una lieve corruzione a base di pizze doppie. Pagate da loro).

Sostanzialmente, l’obiettivo era quello di farli parlare di Slums Dunk.

Per quei tre che ancora non dovessero saperlo, che roba è Slums Dunk?

Per farla breve, una cosa bellissima.

Per farla lunga, guardatevi cos’è uscito da quella sera: un’intervista doppia con giusto un paio di idee cretine all’interno, per dimostrare che si possono fare le cose seriamente senza per questo essere seriosi.

Ah, è lunga. Ma fate i bravi e arrivate fino in fondo. Ma fondo fondo.

Ci sono due particolari di questa intervista che a mio parere è interessante sottolineare:

Il primo quando Bruno parla delle baraccopoli in Africa, evidenziando la differenza con quelle del Sud America. Parla di dignità, una parola che personalmente adoro perché rappresenta uno dei concetti più universali, apparentemente banali eppure complessi da descrivere e soprattutto da rendere propri in ogni aspetto. Parla di persone che vivono in condizioni disperate, che non hanno nulla. A parte, appunto, la dignità.

Il secondo è quando Tommaso dice, sostanzialmente, che sono “solamente” dei giocatori di basket: non salvano vite e non sono eroi, ma si limitano a quello che l’esperienza da giocatori di basket gli ha insegnato e quello che possono trasmettere loro. Questa è anche la prima cosa che mi disse quando lo contattai per proporgli una collaborazione per dare visibilità a Slums Dunk, segno che non è una frase buttata lì, ma un concetto su cui vuole insistere quando presenta il progetto a chi potrebbe non conoscerlo. Quasi come volesse mettere le mani avanti, quasi come se volesse dire, “no, ma noi non facciamo davvero la differenza”. Non è un dettaglio da poco: la conoscenza dei propri limiti e nello stesso momento dei propri punti di forza (e l’umiltà di ammetterlo apertamente, soprattutto) è una di quelle cose che solitamente l’ottanta percento della popolazione non è in grado di raggiungere durante tutta la propria vita. Dagli ultimi aggiornamenti, non essere un medico che salva vite non è ancora considerato un reato perseguibile penalmente. Al contrario, sfruttare le leve che ciò che ti descrive ti concede (che sia l’essere giocatori con visibilità nazionale o campioni mondiali di lancio del tortello) per aiutare delle persone con meno possibilità è qualcosa da raccontare, da diffondere, da portare ad esempio.

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Provate per un attimo a pensare a quello che ognuno di noi fa quotidianamente, sfruttando queste fantomatiche leve, vi accorgerete che non è affatto vero che non fanno la differenza.

La fanno, eccome.

E per questo meritano ogni singola virgola di appoggio che ognuno di noi può concedergli.

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Credits Photo: Slums Dunk