Finalmente si riparte sul serio. Essì, sono iniziati gli Australian Open, prima tappa annuale del Grande Slam, uno dei quattro tornei tennistici più importanti della stagione. Certo, non è il primo appuntamento del 2015 in assoluto per gli aficionados ma, visto il valore, è quello che attira l’attenzione anche dei più distratti e di chi, magari, non prende troppo spesso in mano la racchetta o pensa che il grande tennis non sia ripartito. Personalmente ho un rapporto particolare con gli Aussie Open, nel senso che come tanti li ho riscoperti dopo che, tra cambi di sede e superficie, hanno ritrovato una collocazione fissa nella seconda metà di gennaio e ora sono tra i miei tornei preferiti in assoluto. Per almeno cinque buoni motivi.

UNA SUPERFICIE PER TUTTI – Il primo motivo è tecnico: la superficie. E’ il Plexicushion, una specie di cemento non troppo lento ma neppure velocissimo, buono quindi per ogni tipo di giocatore, dai pallettari agli attaccanti, da chi usa molto gli effetti fino a chi colpisce piatto. Certo, ce ne passa da qui a dire che ha il fascino della vecchia erba (mica quella roba che han seminato a Wimbledon da qualche anno a questa parte) e che favorisce il serve-and-volley, ma almeno un po’ di varietà stilistica è possibile. Anche perché, visto che si gioca nella notte italiana, troppi palleggi potrebbero anche aver effetto soporifero.

FIAT LUX – Adoro la luce degli Australian Open. Quando partono i collegamenti all’una di notte e la stanza viene inondata dal sole dell’estate australe, che pare riscaldare il gelo della Vecchia Europa, ci si sente rinfrancati e verrebbe quasi voglia di togliersi il pigiamone invernale che vi fa sembrare Babbo Natale fuori tempo limite. Anzi, dove ho messo la crema solare?

GRAND (RELAX) SLAM – Sarà che almeno tre quarti di giornata tennistica australiana si svolgono di notte, complice il fuso orario, le partite degli Australian Open mi rilassano in modo indicibile. Intorno a me c’è buio, silenzio e calma: mi piazzo sul divano con il mio caffé davanti e George e Maureen (i miei amati gatti) ai fianchi e mi godo le partite senza che nessuno (vero amore?) mi interrompa, magari sul match-point.

COLAZIONE FINALE – Una delle chicche del torneo è fare colazione durante le finali, piazzate splendidamente alle 9.30 di sabato e di domenica. Spaparanzati sul divano con caffé, pane, burro, marmellata fatta in casa e due dei migliori giocatori/giocatrici al mondo darsi battaglia per il primo Slam stagionale non ha prezzo. Per tutto il resto fate voi…

CIAO CANGURI – Gli Australian Open sono l’unico Slam che posso guardare senza essere tormentato dalla voglia di visitare la città o il Paese che lo ospita. Certo, spesso sento mirabilie sull’Australia, con natura incontaminata, fauna sorprendente come koala e canguri, gente ospitale. Ok, bene, bravi bis. Però dei quattro Slam è quello che mi interessa di meno a livello turistico. Mi volete regalare un biglietto per Parigi, Londra e New York? Pronto, partenza, via. Melbourne? Beh, se è proprio gratis un pensierino ce lo faccio ma – e non per la mia idiosincrasia per il volo – l’Australia non mi affascina particolarmente. Forse è per via della fauna, e non sto parlando dei sopracitati canguri e koala, quanto delle miriadi di specie pericolose che sembrano prosperare laggiù: ragni enormi (ebbene sì, sono aracnofobo), serpenti velenosissimi (ebbene sì, sono rettilofobo…) e squali affamati (ebbene sì, sono squalofobo). Viaggetto a Melbourne? No, grazie, preferisco il Marais, Hyde Park e Manhattan. Preferisco Roland Garros, Wimbledon e US Open. Preferisco vivere.