Cercasi Batman (tennistico) disperatamente. Sì perché al momento nessuno sembra sapere come fermare il Djoker – aka Novak Djokovic -, dominatore di questo inizio d’anno. Dopo gli Australian Open, Indian Wells e Miami, per non farsi mancare nulla, il serbo s’è intascato a Montecarlo pure il Masters 1000 inaugurale della stagionale sulla terra battuta, diventando il primo giocatore a vincere i primi tre Masters 1000 stagionali, cui peraltro va aggiunto pure l’ultimo del 2014 sul veloce indoor a Parigi-Bercy. Insomma, cambiando l’ordine degli addendi (ovvero le superfici) la somma rimane la stessa: il re incontrastato è lui.

Nel Principato, il buon finalista Tomas Berdych c’ha provato in tutti i modi, martellando come un disperato appena ha potuto, ma riuscendo solo a strappargli solo un set, prima di soccombere all’implacabile ritmo del rivale. Pure Rafael Nadal, vincitore di nove Roland Garros (diciamo che quindi la terra dovrebbe conoscerla discretamente…), ha messo in campo tutto quello che aveva nella semifinale contro Nole ma – almeno per ora – evidentemente non era abbastanza. Magari con il crescere della forma, lo spagnolo riuscirà a tornare quello di qualche tempo fa e a costituire un ostacolo probante sul cammino di un Djokovic che ormai comincia seriamente a pensare al Grande Slam.

Certo che, diciamocelo, vedere due che si scambiano praticamente solo bordate da fondocampo e che come unica variazione di gioco conoscono la smorzata non è che sia proprio il massimo del divertimento e c’è da chiedersi – io l’ho fatto – quanto il dominio di un giocatore come Nole giovi al tennis. Mi spiego meglio: i ‘malati’ di questo sport, compreso ovviamente chi scrive, hanno guardato e guardano anche match tutt’altro che ‘brillanti’, apprezzando il gesto tecnico in sé o la tattica adottata nello scambio, non necessariamente il colpo spettacolare eseguito in mezzo alle gambe.

Io e patiti simili non ci siamo persi nemmeno la finale del Roland Garros del 1994 tra Sergi Bruguera e Albert Berasategui, roba da far concorrenza alla camomilla. O, se preferite, siamo rimasti da bambini a guardare ore di pallate sul rosso tra Bjorn Borg e Guilllermo Vilas senza addormentarci sul divano. Però, senza nulla togliere a Nole, già oggi uno dei più grandi sempre, non si può essere affascinati fino in fondo da un tennista che si eleva al rango di robot quanto lo si è invece da un tennista che si trasforma in artista.

Se il giocatore tutt’oggi più amato è ancora Roger Federer è perché è stato il numero uno pressoché incontrastato con un gioco spumeggiante ed eccezionale nella sua varietà e proprio per questo divertente e apprezzabile anche a occhi profani, più della ‘robotica’ di Djokovic o la ‘fisicità’ di Nadal. Che però rappresentano il futuro del tennis, anche come tipologia di giocatore. Forse, semplicemente, il destino di questo sport è stato segnato quando si è passati dal legno alle racchette di metallo, grafite e fibre varie, materiali fatti per ‘picchiare’ più che per ‘dipingere’ e micidiali anche in mano ha chi ha (relativamente) poco talento. Per inciso, quindi, non si parla tanto di Nole e Rafa quanto dei loro più modesti epigoni.

A proposito di Federer. Dopo qualche settimana dedicata a riposo e richiamo fisico, lo svizzero è inciampato al debutto sul ‘rosso’ contro quel pentatleta che risponde al nome di Gael “Tiramolla” Monfils, uno che nella giornata giusta dà filo da torcere a chiunque. Il ko sa di incidente di percorso ma è chiaro che se nemmeno nei giorni d’oro la terra battuta era la superficie prediletta dello svizzero, a maggior ragione non può esserlo ora che Roger veleggia verso i 34 anni. Se poi deve davvero raggiungere il top della forma, Federer preferisce comunque farlo tra fine maggio e inizio giugno al Roland Garros piuttosto che a Montecarlo ad aprile.

Restando a Montecarlo, s’è invece avuta la conferma del felice momento del doppio italiano formato da Fabio Fognini e Simone Bolelli: dopo la vittoria agli Australian Open e la finale di Indian Wells, gli Azzurri hanno raggiunto la finale pure a Montecarlo, cedendo ai gemelli Bob e Mike Bryan, una leggenda della specialità. Peccato per un paio di palle-break avute e non sfruttate dai Nostri nel primo set, perso il quale al tie-break, han ceduto di schianto. Come consolazione per Fabio e Simone c’è la qualificazione al prestigioso Masters di fine anno praticamente in tasca e la prima posizione al mondo nella Race, la classifica che conteggia i risultati del 2015.

Sempre alla voce ‘gioie italiane’, riscatto della squadra azzurra in Federation Cup dopo l’inopinata sconfitta contro la Francia. Sulla terra battuta di Brindisi, la ‘padrona di casa’ Flavia Pennetta, Sara Errani, Camila Giorgi e Karin Knapp hanno superato per 3-2 gli Stati Uniti, che potevano contare sulla numero uno al mondo Serena Williams e, purtroppo per loro, su poco altro. Così la Williams ha sì incamerato i suoi due punti, ma negli altri due singolari e nel doppio decisivo Sara e Flavia hanno saputo imporsi con autorità. Per la nostra gioia e permanenza nella Serie A del tennis mondiale: l’anno prossimo si torna a caccia della Federation Cup.