Sei anni dopo “Open” di Andre Agassi, una delle autobiografie di sportivi più belle degli ultimi anni, arriva in Italia “Indoor. La nostra storia“, autobiografia di Mike, genitore del “Kid di Las Vegas”.

Più che una (auto)biografia, “Indoor” sembrerebbe una difesa, quando non una replica alle dure accuse che Andre aveva mosso a Mike nel suo libro: un papà tiranno, che aveva costretto il figlio a incamminarsi sulla strada del tennis, facendoglielo odiare per i suoi metodi di allenamento duri e tutt’altro che ortodossi, a partire dal “drago”, la terribile macchina lanciapalle.

In realtà il libro è stato scritto da Mike insieme a Dominic Cobello, giornalista e organizzatore di eventi tennistici, nel 2004, prima dunque di quello di Andre, e la versione attuale raccoglie solo un’aggiunta per l’edizione italiana. Niente difese, dunque, tantomeno d’ufficio, ma solo l’altra faccia della luna, la storia di un uomo che, oggi 86enne, non rinnega nulla.

Tagliamo corto. Sono stato un tiranno? Sì. Sono stato duro e severo? Sì. Ma lo ribadisco: meglio un padre, un genitore, a fianco del figlio sportivo, che un allenatore – ha dichiarato Mike in un’intervista concessa a ‘Repubblica’ – E anzi ai genitori di oggi dico: ribellatevi. Non fatevi rubare i vostri ragazzi dai centri tecnici, dalle scuole specializzate, dai guru. Amano per contratto, se lo fanno, non per sangue. E poi mio figlio avrebbe potuto vincere molto di più e giocare molto meglio“.

Duro, diretto, senza fronzoli, come un pugile, quale è stato da giovane Emmanuel Aghassian. Nato in Iran da famiglia di origini armene ed emigrato in cerca di fortuna nel 1952 negli Stati Uniti, Mike ha trasformato il suo cognome in Agassi e la sua professione in buttafuori, tirando su i suoi quattro figli con gli stessi metodi duri con cui si allenava, metodi che hanno funzionato solo quando hanno incontrato il talento del pargolo più giovane, Andre.

Ho letto e mi è piaciuto molto “Open”, complice la splendida penna del ‘co-autore’, il premio Pulitzer J.R.Moehringer, e penso che difficilmente “Indoor” possa essere altrettanto ben scritto e avvincente.

Però penso pure che sia un libro a suo modo ‘necessario’, per sentire finalmente anche l’altra versione di una storia in fondo ricorrente: quella di chi ha cercato nella vita dei figli il successo che non ha avuto nella propria e provandoci ha superato quei limiti che l’hanno fatto finire sul banco degli imputati. Ecco, stavolta la parola va a Mike, a uno di loro. La parola va agli imputati.