Quando i gattoni non ci sono, il topo balla. Ecco, dovevo dirla: scusate ma è così che vedo l’approdo di Andy Murray sulla poltrona di numero uno del tennis mondiale, concretizzatosi al Masters 10000 di Parigi quando prima Novak Djokovic, il re ormai decaduto, è stato sconfitto nei quarti di Marin Cilic e poi il britannico, complice il forfait di Milos Raonic, ha staccato il biglietto per la finale, peraltro vinta contro John Isner.

Alla fine, quindi, anche l’ultimo dei Fab Four del tennis mondiale degli ultimi quindici anni con Roger Federer, Rafael Nadal e proprio Nole, è riuscito a diventare numero uno, per la precisione il 26° da quando la classifica viene decisa dal computer, ovvero dal 1973. Il tutto, con il gentile aiuto o assenza, dei rivali più forti e titolati. Essì, perché senza i problemi personali di Djokovic e i guai fisici di Roger e Rafa, che hanno già concluso una stagione per loro piena di acciacchi, il britannico non sarebbe probabilmente mai arrivato a diventare a 29 anni e cinque mesi il numero uno più vecchio della storia recente dopo John Newcombe, issatosi in cima al ranking a 30 anni e 11 mesi in tempi peraltro ben lontani e ben diversi.

Sapete poi quanto ci ha messo Andy a coronare – è il caso di dirlo – il suo inseguimento alla vetta? Sette anni e due mesi, visto che era diventato numero due il 17 agosto del 2009. Insomma, se non rallentavano tutti gli altri tre, lo scozzese era ancora lì che aspettava. E, non a caso, i bilanci statistici di Murray negli scontri diretti la dicono lunga su chi fosse l’anello debole del quartetto che ha dominato per tre lustri il tennis mondiale: con Djokovic ha perso 24 volte su 34, con Rafa 17 volte su 24 e con Roger 14 volte su 25, quindi con nessuno di loro ha un bilancio positivo. Per non parlare delle finali dello Slam: ne ha vinte tre e perse otto. In pratica, da Fab Four ha vinto gli stessi Slam di Stan Wawrinka, uno che definire incostante è poco ma che, in quanto a talento, forse non gli è propriamente inferiore.

Di sicuro, quindi, l’arrivo al numero uno di Andy Murray – che, diciamolo a scanso di equivoci, resta un campione – è soprattutto un segno dei difficili tempi tennistici che stiamo vivendo. Non sappiamo ancora se si può parlare di cambio definitivo della guardia, visto che almeno per quanto riguarda Novak, il serbo può tornare subito re vincendo tutti i match del Mastes Atp di Londra e non pare almeno fisicamente logoro, anche se è per quello non lo era neppure Bjorn Borg quando si ritirò a 26 anni. Di sicuro c’è che per la prima volta dal 2002 all’appuntamento di fine anno mancheranno sia Roger Federer che Rafael Nadal, con lo svizzero che, dopo aver giocato praticamente mezza stagione e pure a singhiozzo, è uscito per la prima volta dal 2002 dai top ten. Oggettivamente, per lo svizzero e lo spagnolo le possibilità di tornare in prossimità della vetta della classifica dipenderanno da come si ripresenteranno fisicamente ai nastri di partenza a inizio 2017: le incognite, però, restano tante.

Intanto, non si può comunque dire che i ‘regnanti’ abbiano problemi solo in campo maschile, visto che in quello femminile Serena Williams ha dato forfait per le Finali Wta tra le migliori otto dell’anno, abdicando dal numero uno del ranking Wta. In compenso, la sua erede sul trono, Angelique Kerber, è stata sconfitta in finale da Dominika Cibulkova, alla prima partecipazione all’evento. Considerando che la tedesca ha giocato 81 partite contro le 74 della rivale, che in pratica s’è presa quasi un mesetto in più di riposo, quello del matrimonio, pure qui si può dire che delle doti tecniche è il logorio psico-fisico a decidere queste partite di fine anno. E che, se i re piangono, non è che le regine ridano, anzi.